Al gioco dell’oca ritorno sempre alla partenza (Disclaimer: post lamentoso e deprimente, anche più del solito)

Dopo diversi giorni di nervi a fior di pelle ieri finalmente sono riuscita a sbroccare. Non che ci sia nulla da vantarsi in questo, soprattutto quando lo si fa nel modo sbagliato, per ragioni sbagliate e soprattutto verso la persona sbagliata.

Però ne avevo bisogno: dovevo sciogliere le resistenze, abbassare le difese verso me stessa, ché quelle nei confronti degli altri non le abbasso mai. Nonostante i pensieri di questo ultimo periodo, che non riescono mai ad essere meno che truci, mi sono sempre protetta dal toccare il fondo e invece credo che ne avessi bisogno. Non necessariamente perché poi si può solo risalire, ma perché avevo bisogno di passare dalle sensazioni di malessere generico alle loro cause dirette, dovevo guardarle in faccia, fare l’inventario di tutto ciò che mi impedisce di essere tranquilla, che mi porta sull’orlo del crollo psicologico per un’unghia spezzata.

Così ieri verso sera mia madre mi ha suonato al citofono. Dall’insistenza ho capito che mi sarebbe toccato rispondere, il che, in effetti corrisponde ad uno dei miei buoni propositi per l’anno appena iniziato: evitare di chiudermi nell’autismo post-lavorativo rigettando ogni richiesta del mondo esterno di contatto con me.

In ogni caso, rispondo e lei mi annuncia di essere andata a prendere alcuni farmaci di cui faccio uso abituale. Fin lì tutto bene, ma aggiunge di dovermi dire qualcosa. Dal tono della sua voce, presumo che si tratti di qualcosa che non mi piacerà. Una volta raggiunto il mio appartamento, saltando ogni preambolo (di cui avrei avuto bisogno, visto lo stato dei miei nervi) mi dice che sembra che io sia condannata a pagare il 10% sul prezzo di vendita al pubblico dei farmaci in questione, il che si traduce in otto-dieci euro a confezione. Vista la cronicità del problema, a consuntivo dei miei giorni avrò dato alla sanità “pubblica” un bel tributo di sangue. Ma il problema non è poi così terribile. Ciò nonostante sbrocco sulla mia povera genitrice e, al contempo, continuo a ripeterle che sono consapevole che la colpa non sia sua e che mi dispiace urlarle addosso.

Lei capisce, non capisce, non lo so. Cerca di calmarmi, ma, vista l’inutilità del gesto, decide che sia meglio lasciarmi sbollire da sola. E fa benissimo. Appena se ne va, mi siedo. Accidentalmente mi trovo davanti ad uno specchio. Mi guardo. Sono così vecchia, così brutta, così finita. Per la prima volta in parecchi mesi mi pungono gli occhi e devo fare uno sforzo per cacciare indietro le lacrime. In fondo alla mia età non si piange per le ovvie ingiustizie del paese in cui viviamo. Sarebbe come avere quindici anni e scoppiare in calde lacrime per le pene di un perduto amore platonico durato sì e no una settimana.

Tuttavia mi rendo conto che il costo dei farmaci non è il mio reale problema. Mi guardo e penso che sono stanca di dover fare le acrobazie tra epilessia, dolori cervicali e crolli di pressione. Sono stanca di lavorare a mille, senza che mi venga riconosciuto nulla e non solo a livello economico, ma anche in termini di apprezzamento per quello che faccio. Sono stanca di stare “affianco” (che poi su questa storia potrei scriverci un libro, ma temo sarei troppo inclemente e poco obiettiva) ad un uomo che è troppo perso nei suoi problemi per ricordarsi che esisto anche io, salvo ovviamente che abbia bisogno di me. Sono stanca di essere circondata da persone ipocrite ed opportuniste, di doverci convivere per forza e per esigenza, e mi spaventa essere arrivata alla mia età per scoprire che gli unici esseri umani che davvero ci tengono a me, pur essendo radicalmente diversi da me, sono i miei genitori.

Mi sento un’aliena, mi chiedo cosa ho fatto di male nelle mie precedenti vite, perché questa fosse una continua lotta per riuscire giusto solo a tenere la testa fuori dall’acqua. Per uscire da un tunnel ed evitare di imboccarne in un altro. Per sentirmi come la pallina di un flipper, sbattuta di qua e di là, da qualcosa che mi gioca contro e rispetto a cui sono troppo fragile e piccola per oppormi. Con le mani sempre tese in avanti e la guardia sempre alta, per cercare di difendere le mie parti vitali. Almeno quello.

Mi chiedo quando sia stata l’ultima volta che ho riso di cuore, che sono stata bene con qualcuno, che ho pensato che sulla faccia di questa cazzo di terra ci fosse un posticino anche per me. Mi sarebbe bastano un buco, una zona franca, un’ora d’aria o di coprifuoco e invece nulla… E non ricordo, non sono nemmeno sicura che alcuna di queste cose sia mai accaduta. Tutti i momenti decenti (ormai non posso darne alcuna migliore definizione) sono stati impietosamente sgretolati dal senno di poi e mi sembrano una farsa. E mi sento una cretina perché io ci credevo davvero, anche se questo vizio l’ho smesso da lungo tempo.

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16 risposte a "Al gioco dell’oca ritorno sempre alla partenza (Disclaimer: post lamentoso e deprimente, anche più del solito)"

  1. Ti voglio consigliare un libro che ho letto da poco,non era il mio genere e non so quale sia il tuo,poi sarai tu a decidere se leggerlo o meno 🙂 si chiama:le prime luci del mattino di Fabio Volo,penso ti possa aiutare a mettere un pò di ordine nella tua vita o almeno a darti passare un pò di tempo a vedere una parte dei tuoi problemi raccontati da qualcun altro 🙂

  2. Piangi, se senti il bisogno di farlo, ogni volta che senti che gli occhi cominciano a pungere! Non ha senso, ed è controproducente, mandare indietro le lacrime. Piangi, disperati, e poi torna ad alzarti, che lo so che lo puoi fare.
    Ma, cosa più importante, dammi il tuo indirizzo che un giorno di questi ti vengo a trovare a ti faccio tanto di quel solletico da farti piangere dalle risate! 🙂
    Nel frattempo ti abbraccio, forte!

    1. Ho pianto già roppo in passato: iniziavo piangendo e finivo in profonde crisi depressive, in cui i miei occhi sembravano un acquedotto romano. Per cui adesso piangere mi fa quasi paura e le lacrime tendo a ricacciarle sempre indietro.
      Che bello piangere dalle risate: la prendo come una promessa che un giorno ci riuscirai ad ottenere questo ridultato facendomi il solletico.
      Grazie per l’abbraccio: te lo ricambio 🙂

  3. Leggendo questo frammento della tua vita mi rendo conto, così a mente lucida e obbiettiva, che tu sei davvero una roccia. Sei forte, e so che non te ne accorgi. Ma per saper sciorinare così, srotolare le proprie sensazioni e arrivarne alla radice, non ci vuole solo una buona dose di autocoscienza, ci vuole forza.
    Allora il mio consiglio è, usa questa forza per rialzarti. Il mondo attorno a te non cambierà mai, saranno i tuoi occhi a dover guardare in modo diverso. Ti accorgerai che basta poco per riacquistare un po di fiducia, in te, nella tua vita, non dico nel mondo perchè penso che non ci si dovrebbe mai fidare di quello.
    Basta poco.
    Un abbraccio

    1. Credo di avere abbastanza fiducia in me stessa, ma non ho fiducia in quello che mi circonda e purtroppo il contesto in cui stiamo, nostro malgrado conta.
      Sono consapevole di come vanno le cose nella mia vita, riesco a farne il punto, ma essere consapevoli non significa essere forti. Se fossi forte riuscirei ancora a sorridere, nonostante tutto, e tiuscirei a lasciarmi tutto e tutti allle spalle. In teoria potrei anche farlo seduta stante, ma sento che a volte ho bisogno di stimoli esterni e non riesco a trovare quelli giusti. Sento solo lo schifo del mondo in cui vivo.
      Ciascuno di noi può essere esplosivo ma ha bisogno di un induttore e non tutti ce l’hanno in sè o comunque non sempre. Io sono così: sono carente di induttori interni. Mi servono sollecitazioni e al momento non riesco a trovarne.
      Grazie del passaggio.
      Un abbraccio a te

      1. Ho un amica che come te è costretta a prendere quelle medicine, a vita. Io al posto vostro avrei perso tutta la mia voglia di andare avanti. Invece te, come anche lei, lo fate, giorno dopo giorno. Questa come la chiami? Io la chiamo forza. E’ ovvio che tu abbia delle difficoltà, perchè ognuno ha la propria vita e la propria sensibilità alle cose. Beh io conosco gente che non si pone neanche il problema, che vive deragliando e perdendosi in sciocchezze senza chiedersi cosa sta succedendo, senza porsi la necessità di una soluzione. Hai scavato fino in fondo, come hai detto tu, per stare di fronte al problema, per guardarlo negli occhi. Giusto? Chi lo farebbe se non avesse la forza e la sicurezza di saper affrontare il confronto con una realtà così intima e spiacevole?

        1. Non è forza, è che devi andare avanti e, con il tempo, impari a farlo. Al posto mio o della tua amica anche tu avresti fatto lo stesso. La voglia di andare avanti ti sembra di perderla o forse la perdi davvero, ma subentra l’istinto di sopravvivenza e in questo siamo come gli animali: cerchiamo di salvaguardare la nostra vita, ma non necessariamente per una ragione.
          Io sono ormai piuttosto disincantata circa la mia esistenza, per questo sono in grado di guardare “negli occhi” le situazioni che mi fanno soffrire e sono in grado di scriverne e scrivere mi aiuta a dare ad ogni cosa il nome giusto, evitando giri di parole ed evitando abbellimenti inutili che non cambierebbero la sostanza delle cose.
          Però guardare le cose in modo obiettivo è un passo, mentre affrontare i problemi per risolverli è il passo successivo e non è detto che da una cosa io sia in grado di arrivare all’altra. Comunque potrebbe essere un inizio, chissà…
          Grazie per il sostegno morale 🙂

  4. non smettere di crederci, di credere in te, mai. perchè alla fine l’unica persona che davvero crederà perdutamente in noi è l’io profondo, il se.
    io mi dico spesso che intanto mi volgio bene da solo 🙂

    e cogli ogni occasione possibile per una risata, soprattutto quello scambio a volte di sorrisi gratis che si incrocia con sconosciuti, tutti ne abbiamo sempre disperatamente bisogno

    (un abbraccio)

    p.s. sui farmaci e costi per chi è malato sarebbe un lungo discorso, ma è assolutamente tremendo vivere in un paese dove si spreca all’infinito sulle spalle di chi poi sta male

    1. Anche io mi voglio bene da sola, almeno ci provo, ma a volte, dopo tante belle parole, qualche azione concreta anche da parte degli altri non scoccerebbe, anche se ormai ho smesso di sperarci.

      Di occasioni per ridere e sorridere ne ho davvero poche e agli sconosciuti mi capita raramente di sorridere. Pensa che una volta un tipo un pò suonato che incrociavo spesso venne persino a chiedermi cosa c’era che non andava perchè gli sembravo sempre così triste e disperata… Ero tentata di confessare…

      Grazie per l’abbraccio, temo di averne bisogno.

      Sui farmaci ci sarebbero tante cose da dire, credo che anche il paese più economicamente disperato dovrebbe salvaguardare la salute dei propri cittadini, ma questo pare che lo pensi solo la gente comune…

      1. già, solo la gente comune, come per tutto il resto, il guaio è essere governati da sempre da non-comuni, mascalzoni di ogni colore.

        e fammi un sorriso allora 🙂
        che sempre meglio uno in più che uno meno

        1. Sì hai davvero ragione. Mi viene da pensare a chi sta davvero male e deve subire trattamenti medici costosi o a chi è ammalato e ha perso il lavoro e i soldi per i farmaci non li ha… Vabbè non serve a nulla perchè, come dici tu, chi ci governa, chiunque sia, se ne frega.

          Sorriso accordato: eccolo qui 🙂

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