La felicità è un biglietto di sola andata

Sono forse poco accogliente verso il mondo esterno, ma non necessariamente poco capiente. Al contrario, tendo ad assorbire molto, senza nessuna volontà, senza respingere, senza desiderare. Un vaso, una coppa, dove il contenitore recepisce il contenuto, lo accoglie in sé, senza mischiarvisi, eppure talvolta macchiandosi irreparabilmente. Dev’essere questo il discrimine tra ciò che nemmeno il contatto potrà farmi sentire mio e ciò a cui scoprirò, magari a sorpresa, di appartenere: la capacità di macchiarmi in modo permanente, di lasciare una cicatrice sulle mie superfici, non per questo meno lisce, ma scalfite un tempo ed incapaci di scrollarsi di dosso quel ricordo.

Il dolore: non c’è fedeltà più grande, né maggiore devozione. Del dolore c’è sempre qualcosa che resta. Qualcosa di solido, di tattile, di concreto, che sfama come il pane, che acceca come il sole, che si annida intorno agli occhi e ci precede sul nostro cammino, ci annuncia persino alla morte. Colei che al suo pari è certa. Della felicità esiste solo il dubbio, aleggia dentro di me questo chiedermi stupita se sia stata vera. E soprattutto legittima. Essere felici: non dovrebbe essere un delitto? O è la presunzione ad ucciderci? Il dolore penetra, ti entra dentro come una lama nel burro morbido. O nel fegato. E’ preciso, chirurgico. Scivola tra le pieghe della vita senza chiedere permesso, violenta la razionalità ma questa ne gode, asservendosi ai suoi scopi. E tutto questo accade nottetempo, nell’ombra, nel silenzio. Il dolore è come un tarlo, lavora con lentezza ma produce danni che, prima di essere visibili, saranno già irreparabili. La felicità al contrario si appoggia delicata, come neve sull’asfalto, copre il nero, dipingendolo di grazia e luce, ma non è in grado di fagocitarlo. La felicità si stende e riposa, rimane lì a decantare, facile vittima di rielaborazioni. O forse siamo noi ad essere sue vittime. Crediamo di poterla rivivere, estrarne l’essenza, distillare eternità. O forse no. Eppure di fronte ad essa siamo colti da frenesie che la logorano, la strappano, la massacrano. Dall’uso all’abuso. Ma la neve si scioglie, soccombe anche in inverno in una giornata di favonio. E l’acqua evapora, lasciando le nostre mani piene del nulla. E così la felicità è potente ma effimera. E’ irreversibile che una piuma che non possa mai essere simmetrica al dolore che le si oppone sull’altro piatto della bilancia. L’equilibrio non ci spetta di diritto. E forse non è nemmeno un obbligo cercarlo sempre e comunque.

Appendo i brandelli della mia sedicente felicità ad una serie di fili disordinati. Nemmeno molti. E lei cambia colore, sapore, consistenza. Non la riconosco più e lei non si riconosce mia. Trascorrono anni e il caso sbiadisce e si prescrive. Ma il giudice se ne era dimenticato e il fascicolo era andato perso. E non so se ad essere imputata avrebbe dovuto essere lei per falsa testimonianza oppure io per averle creduto, con recidive aggravanti.

Si spengono i riflettori e c’è un bel silenzio. Una quiete che sa di vero, di ammissione delle colpe e remissione di ogni peccato. Nelle sospensioni residue, ti spaccio per preterintenzionale il frutto delle mie dolose macchinazioni, sono una pessima attrice, ma spingo a tavoletta sull’acceleratore. Sento il bisogno di creare la massima distanza tra menzogna e verità. Così, giusto perché mi piacciono le iperboli e perché ho tempo da perdere in vaneggiamenti inutili. E tu ne sei la dimostrazione. Rimani deluso, per lesa maestà, ma non ti importa. Ti regalo l’ennesima occasione su cui recriminare. Da qualche parte dentro di te me ne sei grato. E non perdi tempo. A me nemmeno interessa, ti rendo tutta la felicità, l’ho fatta a pezzi, perché stesse meglio nelle tue tasche. Non pesa molto, potresti venderla in rialzo, sei un ottimo incantatore di serpenti. Portala via, su tutte quelle strade che non percorrerò, che non voglio percorrere. L’omicidio è la cosa più vicina alla felicità adesso. Se non posso essere felice vorrei per lo meno essere decente. Smettere di illudermi di essere meglio, di valere di più, di poter lottare contro tutti e che questo abbia un senso, un significato diverso dal trascorrere anni aspettando sulla riva la riemersione di Atlantide, mentre l’acqua scorre e le rughe si scolpiscono.
Se la felicità esistesse, sarebbe un biglietto di sola andata e noi da troppo tempo siamo spalle e spalle sulla via del ritorno.