Vanno e tornano (Pezzi di ricambio)

Qui all’Obitorio il tempo soffre di un’illusoria ciclicità. O forse sono io a soffrine. E, per quanto io mi senta sempre più vecchia e stanca, ogni tanto si finge di ricominciare dal debutto, dalla prima assoluta. E sull’esiguità, contata sulle dita dei bambini, si accumulano numeri con troppe cifre per poterle scrivere tutte. Nel giro di un istante. Un attimo e la follia fa il suo ingresso, dirompente come la bufera, come una puttana con un vasto seguito.
Ogni volta mi sfiora quella sensazione di crollo nervoso imminente, mi pervadono il fastidio e la nausea. Sento farsi strada sotto le ceneri quella parte di me troppo infantile, che non si rassegna alla consapevolezza di non poter migliorare nulla, del non poterci nemmeno provare. Quella parte che dovrebbe essere morta di atroce martirio.
Ho gridato tanto in un tempo ormai declinato in polvere, ho eviscerato ogni inappuntabile questione di logica. Mi hanno trattata come se fossi pazza, a me e a chi come me. E non è cambiato nulla. Perché dovrebbero fermarsi le pale del mulino se il vento soffia ancora?

Per un giorno, uno solo, vorrei che questo luogo si congelasse nella tondeggiante ed effimera stasi dello zero. Sarebbe più onesto ed infinitamente rilassante. Senza frenesie, obiettivi, traguardi tirati molto oltre il limite del possibile. Senza fronzoli ipocriti, come dovrei essere anche io dopo tutto questo tempo.
Per l’ennesima volta mi ritrovo seduta qui a disegnare i perimetri dell’anno appena iniziato, a ricalcare con mano ormai ferma le forme scolpite di un passato che finge di rinnovare sé stesso facendosi chiamare presente e futuro. Nessuna variazione sul tema, nemmeno impercettibile. Dai margini all’essenza un infinito riciclo, che mangia vomita e poi rimangia il suo stesso vomito. Le raccapriccianti certezze del giocare in casa.
Potrei avrei poco più che vent’anni. Ne ho oltre trenta. Da allora ad oggi tutto è rimasto alienante nel suo assoluto immobilismo (se dio si volta e ti vede muoverti potresti essere perduto). E invidio i calcinacci che, arrendendosi alla forza di gravità, crollano, sperimentando per un istante l’insolita ebbrezza del volo.

Sono nata priva di vena razionale. Rimescolare le carte nel mazzo e servirle ai giocatori con impeccabile equilibrio non sarebbe da me, non sarebbe per questo luogo, che mi vincola a crepare dietro ad una scrivania per amore del pranzo e della cena, delle rate del mutuo, della fattura del dentista. Nell’utopica speranza di riuscire chissà quando a rivedere il mare.
A qualche migliaio di piedi d’altezza quell’immensità blu che domina là sotto potrebbe essere il laghetto del presepio o un’enorme rete di protezione per acrobati inesperti. L’acqua potrebbe essere cartapesta o cemento verniciato e sarebbe lo stesso. Una grande installazione di un noto artista contemporaneo. Fredda nella sua strabiliante genialità. Fredda come me, così lontana, così spettatrice in differita.

Penso a tutte queste cose mentre incollo fogli da ore. Odio incollare. Nella ripetizione del gesto sento il tempo che scorre a secondi, che dondola, ingannandomi sui minuti, come una giostra colorata ed invitante che ruota su un perno, priva di direzione. Fin dai tempi dell’infanzia ho odiato riciclare le mie mani nella monotonia. Ma allora per lo meno riuscivo a sottrarmi. In forza della mia giovane età potevo opporre testardo ed irremovibile rifiuto. Mangiare la colla, fingendo di nascondermi dagli adulti ed in realtà provocando la loro attenzione su di me. Invidio il primitivismo dei bambini nel far valere la propria volontà e la propria follia. Dei bambini e dei pazzi. Le loro indecorose stranezze, giustificate bonariamente prima e lobotomizzate in seguito.

E incollo a ritmo alterno e decrescente. Non ho la costanza di movimento per poter essere parte di un ingranaggio. Non ho la fluidità della consapevolezza che dovrei aver acquisito mio malgrado. Rimarrei indietro, farei inceppare l’apparecchiatura, ne metterei a repentaglio il funzionamento anche se solo per pochi istanti. Non saprei fare di peggio. Impercettibile, nascosta, senza far rumore.
Forse sono già rimasta indietro, nel mio stupirmi ancora di cose che invece dovrei rassegnarmi a dare per scontate, seguendone l’onda, come se quell’essere in balia di qualcosa che non voglio e in cui non credo fosse parte della mia natura. Come se la mia essenza fosse un ingenuo abbandono ad un tutto di cui si è parte e per cui non si è nulla.
Forse mi hanno presa e buttata via. Sono un elemento non sostanziale, un pezzo di solo raccordo, una vite, un bullone, facilmente sostituibile. Un rimpiazzo io stessa ed a mia volta sostituita, con qualcosa di meno fallace, di più conforme e duraturo, uscito da uno stampo un po’ migliore del mio.
E ringrazierò le divinità del caos, dei margini, dei confini se caduta mi faranno rotolare in un angolo ignoto, con il mare lontano ma le ombre copiose a mimetizzare la mia libertà di usarmi e buttarmi via per le cose più sbagliate al mondo, le più assurde, le più improbabili, ma quelle in cui credo.

I minuti continuano a dondolare e tra i numeri che passano e tornano credo che diventerò pazza.

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13 risposte a "Vanno e tornano (Pezzi di ricambio)"

  1. Adoro questo tuo modo di descrivere quelle sensazioni che credo di aver provato anch’io. In un passato nemmeno troppo lontano. Sai, anche quando per lungo tempo ho pensato di non avere vie d’uscita, non sono diventata pazza (almeno non più di quanto sono sempre stata)..
    Vedrai, ne salterai fuori anche tu.
    Abbiamo sempre una scelta, siamo noi a decidere del nostro futuro. Il mare ci aspetta…
    Ti abbraccio
    Greta

    1. Sei fortunata ad aver trovato l’equilibrio. A me molto spesso manca, soprattutto nei giorni che sembrerebbero essere i più tranquilli, quelli che mi danno il tempo di pensare e di impazzire…
      Spero di uscirne, ma non succederà per una magia: qualcosa si deve muovere. Non so se dentro di me o fuori di me.
      Abbiamo margini di scelta, ma a me molte cose a volte sfuggono, sento che mi riguardano ma che non passano dalle mie mani.
      Mi piacerebbe tanto rivedere il mare…
      Un abbraccio a te, grazie di essere passata 🙂

  2. eppure lo zero non è poi così statico, è vero che non si moltiplica, ma se si ha l’accortezza di aggiungerlo accresce enormemente il valore di ciò che circonda 😉

    e tranquilla, non si diventa pazzi, la verità è che chi non volesse veder eun pazzo dovrebbe chiudersi in casa e rompere goni specchio…

    1. Io non ce la vedo che lo zero si possa aggiungere, non nel modo corretto in cui si effettua un’addizione e nella vita non basta aggiungere qualche zero in coda, o meglio, non si può 😉
      Tutti siamo pazzi ma io mi sento un pò al di sopra della media certe volte e mi chiedo fino a quando riuscirò a resistere.
      Ci penso molto ultimamente…

    1. E’ esattamente quello che mi rifiuto di essere, ma ci sono contesti della vita in cui temo sarei molto più serena se mi abbandonassi ad atteggiamenti che non sono miei e che non mi rispecchiano.
      Provo continuamente a prendere la vita in mano, ma quando si tratta del mio lavoro, temo che sia lui a tenere in mano me…

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