Frag 2 – Se ti dimentichi di respirare


La donna è bionda, ha un viso stanco. Non tradisce stupore per il nostro arrivo in un posto tanto sperduto, né sollievo per il passatempo che le garantiremo. Non capisco ciò che dice, ma parla monotona, cantilenando un po’, quasi recitasse una litania. Non troppo lentamente né velocemente. Mi ricorda quando da piccola mia madre mi portava a recitare il Te Deum e c’era tutta quella sfilza di santi da ringraziare. Di cosa poi? Punta la torcia, segue il copione, il percorso prestabilito, con attenzione, quasi avessero piazzato delle mine fuori dalle passerelle su cui è consentito camminare. Ci conduce all’interno di questa piccola meraviglia blindata a quadrupla mandata che si fatica a credere possa essere naturale. Tutto questo giallo, questo calore, queste forme aguzze e fantasiose. Conficcato insospettabilmente nelle viscere di una terra tanto nera e fredda. Come un cancro. E’ affascinante, ma di una bellezza destinata a svanire in modo istantaneo, quasi fosse un sogno artificiale, costruito da proiezioni mentali da cui la realtà redime prontamente. All’uscita ci accoglie ostile un contrasto netto e gelido che ne smorza i toni, li confonde, li soffoca nel fango. Vorrei che fosse giorno, che ci fosse luce. Sarebbe tutto molto più lineare, più comprensibile, la transizione sarebbe più dolce e quel sapore di favola mi resterebbe ancora per qualche istante incastrato in fondo alla gola. Invece piove, i campi sono deserti, abbandonati e neri e dalla terra sale quella nebbiolina leggera ed inconsistente che non intacca la vista ma penetra le ossa. Credo di essere finita per sbaglio in un dipinto agreste. Magari famoso. Di quelli che si studiano a scuola, senza capir bene cosa tale conoscenza possa apportare al nostro futuro. Una di quelle opere che in un museo non degnerei di un secondo sguardo. Non necessito di stimoli depressivi ulteriori a quelli che la mia vita mi offre generosamente. C’è un uomo che trascina una vacca in un campo ordinato ma ormai abbandonato ai rigori dell’imminente inverno. O forse la vacca trascina un aratro e l’uomo non c’è. Nulla di tutto questo è vero. Ci siamo solo noi, a bagnarci lentamente mentre fumiamo l’ennesima sigaretta. E si riparte. Altra strada, stessa strada, srotolata come un nastro funebre sul fondo di una valle troppo ampia per alimentare incubi. Potrei vomitare, il mio stomaco teme le rette molto più delle curve. O forse non è lo stomaco ma l’anima. Il mondo è grigio, con delle macchie marroni. Alberi ostinati, sparsi a distanza, di cui mi chiedo dove abbiano trovato la caparbietà per crescere in un luogo tanto ostile, sfondando la roccia con le loro radici. Il mondo è una ninnananna sempre dritta verso l’infinito, con il GPS dimenticato sul sedile posteriore o tenuto tra le mani per semplice abitudine. Una lunga linea gialla sembra ostinata nel voler accompagnare il resto dei nostri giorni. Il tempo passa e nulla cambia. Mi ferisce questa monotonia, mi afferra i piedi e risale fino al petto, mi sento morire un po’ ad ogni metro di cui avanziamo, come se una parte di me fosse incastrata sugli pneumatici e piallata ad ogni giro. Arcadia. Mi chiedo cosa piacesse ai poeti di questo posto. Cosa vi sia di così bucolico, di così stupendamente equilibrato tra l’uomo e la natura. Lei se ne fotte di te e tu di lei. La reciprocità dell’indifferenza è pur sempre una forma di equilibrio. Per lei è un fastidio insensato che la tua presenza accarezzi brevemente le sue viscere rinsecchite, che nemmeno tutta quest’acqua riesce a ravvivare. Sembra una vecchia megera sospettosa, rintanatasi in un casetta in cima alla montagna per evitare ogni contatto umano. Per te è solo un transito, un mezzo non un fine, puoi solo sperare di raggiungere in fretta la tua destinazione. Non è sicuro rimanere qui, lontano dal mondo e della vita e vicinissimo ai pensieri più peccaminosi e seducenti. Spera di raggiungere presto qualunque posto purché lontano e diverso, che ti salvi e ti risani l’anima. Oppure fermati sul ciglio della strada e tagliati le vene. Non ti troverebbero per giorni. La pioggia laverebbe il sangue e alla fine non saresti uno spettacolo poi così brutto da vedere. E forse sarebbe stato meglio che finisse proprio così… Al nostro arrivo ci accoglie la montagna incantata, un luogo affascinante nella sua tetraggine assoluta e soffocante. Colazione con la morte, di fronte ad una vetrata che affaccia sul nulla. Dietro alla conta del tempo che ancora mi resta da trascorrere qui, oltre la mia freddezza apparente, non posso fare a meno di immaginare che tutti gli ospiti di questo sperduto sanatorio alberghiero siano tisici e facciano un enorme sforzo per reggersi sulle proprie gambe. Che si avvicini per loro il momento dell’addio. Immagino che il cibo sia contaminato, che l’aria sia avvelenata, ma a piccole dosi, perché tutto appaia assolutamente naturale. E tutti, in consapevole e lenta successione, lasceranno la terra tuffandosi ad angelo nella nebbia. Tra una chiacchiera e l’altra, a simulare una certa normalità. Senza lacrime, senza rumore, una porta d’ingresso per l’aldilà, un biglietto speciale perché la nebbia ti accarezzi con discrezione, un po’ alla volta, fino a farti suo. Senza inutili sentimentalismi. La gente di montagna e di terra non è solita averne. E qui sembrano essere tutti conoscenti lontani, molto gentili tra loro ma con misura presa al millimetro, tutti parte di un complotto di cui è sottinteso non si debba fare menzione. Usciamo e nevischia. Forse sarebbe meglio avviarci su diversa strada per il ritorno in quel del mondo dei viventi. Fingo indifferenza nell’acconsentire. E ricomincio a respirare.

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