Colpisci più forte e scappa dalla porta sul retro: sono solo ventiquattro ore perciò credo di poter sopravvivere (Black Christmas)

Ma voi ve li ricordate i vostri Natali? Io non ho particolari reminescenze in materia. Che poi la parola “reminescenze” il correttore di Word me la segna errata, ma a me pare che esista.
In ogni caso, ricordo che facevamo l’albero e il presepe e che mettevano le lucine colorate e gli addobbi a serpente, quelli che perdono i “peli” e fino a Marzo ci si ritrova con i resti annidati negli angoli più improbabili della casa.
In realtà di ricordi non ne avrei mia madre ne conserva testimonianze fotografiche per cui dev’essere stato davvero così. E si direbbe che fossi felice…

Mi gioca contro il fatto che ho una memoria abbastanza limitata, o meglio selettiva. A distanza di anni sono in grado di ricordare con precisione assoluta circostanze all’apparenza banalissime, ma non eventi di portata convenzionalmente maggiore, come i prevedibili festeggiamenti delle ricorrenze.

Tuttavia un Natale me lo ricordo con precisione millimetrica: il peggiore della mia vita, il che prova che sono estremamente ricettiva verso il dolore e pochissimo verso la felicità. Devo avere qualche mutazione emotiva che mi rende totalmente indifesa e parecchio incapace di ponderare correttamente la gioia e la sofferenza. Ma con queste cose uno ci nasce, ci cresce e immagino ci muoia anche.

Comunque, il mio Natale più nero lo trascorsi a Londra. Correva l’anno della morte della Principessa Diana. Non che sia mai stata una devota della Royal Family, ma so che misi piede in città proprio il giorno del suo funerale. C’era un gran traffico, anche peggio del solito, tant’è che pagai millemila sterline di taxi. Ma non m’importava: ero in fuga da tutto, alla ricerca di una nuova dimensione, la mia, e, nonostante fossi molto giovane, non mi aspettavo che fosse facile. E non lo fu, ma fu molto educativo, pieno di alti e bassi, ma molto vivo.

Passarono alcuni mesi dal mio arrivo e si stava in quel delle festività. Avevo trovato lavoro in una nota catena di fast food, turno di notte, dalle sette alle tre, ma, in occasione della vigilia di natale, il mio shift venne modificato cosicché finissi alle sei del mattino. La notte passò nel casino assoluto, ma correre mi aiutava a non crollare a terra per il sonno, per cui non credo di esserne stata troppo dispiaciuta.

A fine serata, ovvero ormai all’alba, tornai a casa con i mezzi di trasporto ancora a disposizione. La città doveva essere piuttosto deserta. Non ricordo se la metro fosse in funzione, anche perché là dove vivevo di stazioni non ce n’erano. Mi muovevo con l’autobus e mi trovavo ad attraversarci tutta Oxford Street con tempistiche ovviamente bibliche. Poi si proseguiva su Edgware, Finchley, fino a Swiss Cottage ed oltre, ma non ricordo proprio il nome del posto esatto in cui vivevo.
So che era lontanissimo dalla civiltà e comunque ci rimasi solo poche settimane, in attesa di una sistemazione con sembianze meno precarie. Si trattava di un ostello gestito da un’indiana. Gli altri inquilini erano danesi, tutti quanti ad eccezione di una connazionale con cui divisi la stanza per poco tempo e che, per Natale, già se n’era andata via, lasciandomi sola e nei guai, dato che, nel volatilizzarsi, mi aveva depredata di tutto il rubabile.

Nell’ostello i termosifoni erano poco di moda, o meglio, farli funzionare lo era, per cui passai quasi tutta la giornata di Natale a letto, un po’ per dormire e il resto per difendermi dal freddo.
Uscii verso sera per chiamare a casa e fare gli auguri ai miei. Ovviamente fu la penosa sagra della menzogna. Per non farli preoccupare raccontai loro che stavo passando il Natale con alcuni colleghi, che avevamo pranzato insieme e che stavo benissimo ed ero felice ed entusiasta.
Ricordo che, oltre ai miei famigliari stretti, c’erano, in edizione straordinaria ed irripetuta in seguito, anche alcuni zii ed altri parenti. Me li passarono tutti e io trattenevo a stento le lacrime. Fu una delle telefonate più lunghe e pietose della mia vita. Magari durò solo cinque minuti ma mi sembrarono un’eternità. Sono una pessima attrice e faticai moltissimo a sembrare allegra.

Ma ci riuscii e ancora oggi dubito che la mia famiglia abbia anche la più remota cognizione delle difficoltà che incontrai in quei due anni in terra straniera.
E va bene così. Uscire dal guscio, ad un certo punto della propria vita, è giusto e necessario. Affrontarne le conseguenti difficoltà rimboccandosi le maniche e senza nessun aiuto o ti ammazza o ti fa crescere e io, che all’epoca ero poco più che maggiorenne, credo di essere cresciuta molto. Non che non avessi sofferto già prima, ma questa è un’altra storia…

Il quadro finale di quel Natale nero ritrae me che ritorno all’ostello, mi butto su una poltrona, posizionata di fronte alla finestra, e rimango lì, a luci spente, con una coperta e la giacca addosso, a fissare vaghi bagliori non natalizi provenienti dall’esterno. E piango, convinta che potrei finire tutte le lacrime in dotazione di serie e mi chiedo come sia possibile che invece non finiscano mai.

Credo sia stata una delle pochissime volte in vita mia in cui io, che sono una pianta senza radici, ho provato nostalgia di casa, di un abbraccio amico, di un regalo magari sbagliato ma fatto col cuore, di un albero di Natale tra le cui numerose luci ce ne fosse anche una con scritto sopra il mio nome.

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10 risposte a "Colpisci più forte e scappa dalla porta sul retro: sono solo ventiquattro ore perciò credo di poter sopravvivere (Black Christmas)"

  1. stella del deserto, ovemai ti saltasse in mente di tornare a Londra, fammelo sapere, ti posso procurare una sistemazione molto confortevole. Mio fratello vivie lì da 15 anni, proprio al centro, nei pressi di Camden Town. Se dovesse succedere, ci incontreremo lì, tra qualche mese penso di raggiungerlo e fargli compagnia per lungo tempo.
    Per il momento: BUON NATALE a te

    1. Camden è un posto davvero carino, mi accontenterei anche di meno eh.
      Vediamo un pò come va la vita e poi non è escluso che mi venga la tentazione di mollare tutto e ripartire da zero, nel qual caso ci becchiamo a Londra 😉
      Buon Natale a te 🙂

    1. In effetti è stato molto triste e io ero molto giovane per cui l’avevo presa davvero malissimo. Ricordarlo fa un pò male ancora adesso.
      Natale mi prende sempre al peggio ma dura solo un giorno, per cui credo di poterlo affrontare ed uscirne indenne.
      “Casa” non so più dov’è, mi auguro di scoprirlo presto.
      Sei sempre molto cara. Un abbraccio 🙂

  2. Quante avventure hai passato, a parte questo brutto ricordo, deve essere stato bello vivere a Londra per un periodo.. Anch’io sono più ricettivo al dolore che alla gioia, ma credo che sia una cosa normale, solo le pietre sono dure non gli esseri umani : ) Posso farti una domanda che non c’entra niente, ma la foto del tuo profilo sei tu?

    1. Vivere a Londra è stata un'”esperienzona” sotto moltissimi punti di vista. E’ stata dura ma ci sono stati anche dei momenti veramente belli. Ne conservo un ricordo molto contrastante e non saprei darne un giudizio generale.
      Gli esseri umani non sono pietre ma c’è chi sa difendersi dal dolore, io non sono molto brava in questo. A volte mi sembra al contrario di avere la tendenza a coltivarlo.
      La foto del mio profilo non sono io. Sembra una bella donna, direi troppo rispetto a come sono io…
      Grazie del passaggio, buona serata 🙂

      1. Sono sicuro che sarai una bella donna ugualmente! Te lo dicevo perché la foto mi piaceva, penso che la schiena sia la parte più bella in una donna, la meno volgare e più femminile, per cui appena ne vedo una bella rimango colpito da tanta grazia.
        Io leggo abbastanza nelle persone e credo che nessuno sappia veramente difendersi dal dolore, alcuni riescono a reagire meglio ed hanno come una corazza, ma nessuno può dirci che anche quella non sia un’apparenza… Gli unici che non possono permettersi un’apparenza e che sono costretti ad essere duri come pietre sono chi non può permettersi il pane, per il resto nella nostra società siamo tutti fregati, chi più chi meno… Comunque sto divagando…Grazie a te del bel racconto e della risposta, buona serata!

        1. Se sono bella o meno sarebbe molto più saggio da parte mia che non fossi io a giudicarlo 🙂
          Ho spesso usato foto di donne di schiena e in bianco e nero, non so perchè ma mi colpiscono. Deve avere a che vedere con come vorrei essere io, o con come sono, ma non sul lato fisico, piuttosto su quello psicologico.
          Alcune persone sono corazzate fuori ma dentro hanno l’inferno, ma ci sono anche individui a cui manca “il foglio della preghiera”, ovvero soggetti che riescono a farsi scorrere tutto addosso e non fingono di star bene: stanno davvero bene.
          Non si tratta di una questione di necessità contingenti da affrontare in via prioritaria che non permettono loro di indugiare sul dolore, ma di un’attitudine naturale, una forma di autodifesa ben rodata, al punto da aver eclissato il lato psicologico in favore di valutazioni di carattere strettamente pratico.
          Oddio missà che se continuo mi perdo in un trattato di stronxate.
          Grazie dell’istigazione 😉
          Buona serata

          1. Di niente! A me fa piacere parlare e confrontarmi, e non scrivi stronxate!
            Forte la definizione “foglio della preghiera”, sarebbe bello sentirtela spiegare. S
            i non dubito che forse esistano persone così, ma secondo me non possono essere definite tali veramente, o forse sono io a non essere persona.
            Però è vero: stanno davvero bene! In fondo forse l’insofferenza del pensare nasce proprio da questo non stare bene.

            1. Il “foglio della preghiera” è l’anima. E’ lo Schem ovvero un foglietto con scritta la parola “Emet” (verità) che è in grado di animare il Golem se riposto sotto la sua lingua. Tieni conto che il Golem è una creatura normalmente priva di verità, ossia di anima.
              Non sono molto brava a spiegarlo però…
              Le persone di solito sono definite tali in quanto appartenenti alla razza umana e non in quanto dotate di sentimenti, sensibilità, anima o meno.
              Io faccio dell’anima il discrimine tra la persona e il Golem, ma è una cosa del tutto mia.
              Pensare a volte fa star male. Chi è sensibile pensa e, nel pensare, soffre. Io preferisco “sentire” anche se genera dolore.

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