Frag 0: attraverso tutto questo ho strappato qualche morso di vita


Sto per impazzire. Almeno credo. C’è così tanto fango. Ci siamo dentro. Le ruote si sono inabissate. Prevedibile che andasse a finire così presto o tardi. Non è certo la prima volta che sfidiamo percorsi poco raccomandabili. A V., ad esempio, ma il suolo era asciutto. Adesso sembra che piova da una vita invece. Nonostante i presagi la mia psiche non è pronta. Scendo. Devo fingere di essere calma, razionale. Di essere quella che ha sempre la soluzione per tutto. Anche alla fine del mondo. E questa adesso è la mia fine del mondo. Il fango mi blocca i piedi. Mi risucchia come le sabbie mobili. Mi zavorra a cinque centimetri nel sottosuolo. Non riesco a camminare. Mi sento terribilmente pesante. Una volta indossavo degli stivaletti scuri e dei jeans blu. Adesso vedo solo quel color terra bruciata. Liquido. E’ tutto liquido. Sembra di annegare. Ho freddo. Non voglio mettere la giacca, la sporcherei. Proviamo a smuovere le ruote, ma non c’è verso. Resto sola. Mi metto in macchina e mi levo gli stivali. Non necessariamente in quest’ordine. Cerco di arginare i danni, ma non riesco nemmeno a pulirmi le mani in modo accettabile. Fumo una sigaretta, due, cinque. Ho sempre più freddo. Una telefonata. Le notizie non sono incoraggianti. Mi sento sporca. Vorrei spogliarmi. Sembra che questa strada attraversi un vigneto. Le piante sono state potate e sembrano così misere. Provo a mettere in moto. Per azionare il riscaldamento. Il motore non dà segni di vita. Ma potrei sbagliarmi. Penso che forse dovrei girare la chiave di più. Ma preferisco rinunciare. Prendo appunti. E fumo. Questo è il classico giorno in cui le sigarette finirò col contarle a pacchetti. Lo sento. Abbiamo visto un gruppo di case a qualche chilometro da qui. Credo che questo mi dia un vago senso di fiducia. Guardo mille volte nel retrovisore. Alla fine mi sembra di vedere qualcosa. Un puntino bordeaux, un’auto, un fuoristrada probabilmente. Mi volto. Si ferma. Sto mordendo l’appoggiatesta e mormoro “Per favore non andatevene via, non lasciatemi qui”. Vorrei gridare. Forse dovrei, ma continuo con questa litania a mezza voce. Vedo due uomini. Camminano nella mia direzione. Si avvicinano lentamente, arrancando nel fango. Uno è il Latitante. Cammina come una papera. Mi strappa un mezzo sorriso. L’altro è un ragazzo a cui non saprei dare un’età. Sotto i trenta direi. Pallido. Lineamenti appena accennati. Un residente del posto. E penso che sia tutto finito. Però penso male. In qualche modo tirano la macchina fuori dal pantano. Il modo è trascinandola con un trattore. Attaccano la fune al paraurti. Mi sento una perfetta cretina, anche se alla guida non c’ero io. Penso che il paraurti cederà. Invece resiste però la macchina non parte. C’è un certo discutere su quale possa essere il problema. Partono le telefonate ai meccanici di zona. Domenica. Sembra ci sia poco da fare. Riesco a cambiarmi le scarpe e scendo. Lascio al Latitante le pubbliche relazioni. Capissi anche la lingua sarei comunque negata. Continuo a fumare. E’ come se le mie dita e la sigaretta costituissero un corpo unico. Mi si dice di entrare in casa per scaldarmi un po’. Sono così sporca e a pezzi che mi manca il coraggio, ma entro lo stesso. C’è un grande camino e fa un caldo esagerato. Sul divano una bambina dorme avvolta in una coperta fucsia. Respira forte. Il ragazzo ci invita a mangiare. Mi guarda e mi dice “Mangia che torni in Italia domani”. Non capisco, ma vado a senso. Intercetto le parole “Italia” e “domani” e il verbo “mangiare”. Il resto credo di poterlo dedurre. Non vedo nesso logico tra le due cose, ma suppongo debba essere un’affermazione rassicurante. Immagino che, nel mio attuale stato di stravolgimento totale, debba apparire preoccupata. Magari sarebbe semplicemente logico esserlo. Eppure ho la mente sgombra, leggera. O forse è troppo piena. Ma di altro. La mia partenza è così lontana… Stanno succedendo tante cose, tutte insieme. Il mio metabolismo mentale non è abbastanza allenato per poter elaborare i significati di questa giornata. Riesco a focalizzare solo sui dettagli. I piedi nudi del ragazzo che calpestano il pavimento gelido diventando bianchissimi. Il caldo della legna che arde che mi risale lungo la schiena come la carezza del più devoto degli amanti. Queste piccolezze mi fanno bene, mi fanno respirare di nuovo. Anche se so di essere di troppo in questo quadretto famigliare in cui ho fatto irruzione per puro caso. Eppure mi hanno accolta. Non come l’ospite d’onore, ma come una sorella che torna casa stanca e di fronte alla quale si mette un piatto di minestra. Senza nulla chiedere. E in questo breve viaggio in cui credevamo di sapere dove saremmo andati sembra essere stato il dove a scegliere noi. Bloccandoci qui, nel fango, con la macchina che non vuole partire. E il dove mi stupisce con queste persone che ci hanno aiutato ed accolto tra loro come se ci conoscessero da sempre. E io per loro non so se avrei mai fatto nulla del genere. Ma so che loro l’hanno fatto per me e hanno regalato un assaggio di Natale anche ad una che il sapore del Natale l’aveva dimenticato ormai da tempo.
Grazie

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9 risposte a "Frag 0: attraverso tutto questo ho strappato qualche morso di vita"

  1. Nulla succede per caso secondo me; è molto bello da parte tua guardare, invece che alla sfiga, al disagio della macchina ferma etc, a questo bellissimo regalo che ti hanno fatto degli sconosciuti. Ne ho sentito il calore anch’io. E sono d’accordo con te che, sì, dev’essere proprio questo il senso del Natale.
    Greta

    1. Che bello leggerti…
      Sì in mezzo a tutta la sfiga l’accoglienza e l’aiuto che abbiamo ricevuto da questi sconosciuti mi ha molto colpita e ha fatto passare in secondo piano tutti i problemi in mezzo ai quali ci siamo trovati.
      Il Natale dovrebbe essere proprio questo e, per persone come loro, ogni giorno è Natale e io un pò li invidio.
      Buona serata 🙂

    1. Non avrei mai pensato che sulla faccia della terra esistessero persone così. Non più, per lo meno.
      Se siamo riusciti a tornare a casa è stato solo grazie a loro.
      E la cosa per me più assurda è che ci hanno trattati come se fossimo loro amici e si sono fatti in mille per noi con la più totale naturalezza, come se per loro fosse normale aiutare gli altri, come se fosse una specie di istinto.
      Nonostante il casino in cui ci siamo trovati credo che aver avuto modo di vedere che esiste ancora gente del genere sia stata per me un’esperienza toccante.
      E’ stato un pò il mio Natale, perchè immagino che sia questo il senso del Natale.

        1. Il Latitante dice che l’unico modo che abbiamo per ringraziare persone come queste è comportarci con le persone in difficoltà come loro si sono comportati con noi.
          Se lo facessimo davvero e se lo facessimo tutti creeremmo una catena di s. antonio che renderebbe il mondo un posto migliore.
          Purtroppo però questa catena da qualche parte è destinata a spezzarsi… Un vero peccato

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