Se la distanza avesse un suono sarebbe questo

Sto per arrivare lì. E sembra così strano.
Potrebbe essere domani. Potrebbe essere un sogno.
Si offrono di scontarmi quei pochi chilometri fino alla stazione.
A che ora? Non so, non ricordo a che ora decolla l’aereo, non ho calcolato nulla.
Forse dovrei partire verso le sette, forse anche dopo.
Ricordo vagamente che atterrerò più tardi del solito.
E mi sento come un’attrice che si trova nel bel mezzo del palcoscenico ed ha dimenticato tutte le battute. Ma se ne frega.
Dovrei controllare il mio copione. Il biglietto. Potrei persino sbagliare giorno.
Eppure non provo nessuna ansia nell’oblio in cui vivo, in questo partire un po’ così a caso.
E’ affascinante se ribalti il concetto e lo guardi da una prospettiva diversa.
Potrebbe essere Oslo oppure il Tibet.
Per vedere te, un vecchio amico o nessuno.
Per restare pochi giorni o trascorrerci il resto della mia vita.
E sarebbe esattamente lo stesso. O magari no.
La sensazione è quella di non essere da nessuna parte.
O forse di essere nel mezzo, in viaggio.
Senza origine, senza destinazione (temo queste parole siano tue).

Tornare lì è un po’ come rientrare a casa.
Riconosco i posti e i suoni.
La mancanza di confini tra il molteplice e l’unico.
Le geometrie asfittiche, pianificate a tavolino.
Il grigio che si staglia uniforme all’orizzonte di chi arriva.
Quel colore chiaro, alienante, latteo. Che ti abbraccia e ti uccide.
Le strade ampie, il traffico cronico, il mare in sordina.
La vita parcheggiata in divieto di sosta.
E la voglia di viverla comunque. Nonostante tutto.
Se c’è una frase che conosco per intero è quella che mi serve per dire che non parlo la lingua.
Nessuno lo sospetterebbe.
C’è un principio di tranquillità in questo.
E uno di inquietudine nell’attraversare ancora una volta quella sopraelevata.
E sapere dove sei senza capir bene chi sei.

Sto per arrivare lì e so che domani mi chiamerai per ogni cosa, ogni singola cosa.
Ti sei appropriato di un ruolo normalmente riservato a noi donne.
E odiato dagli uomini che lo recepiscono al passivo.
Stavolta li capisco.
Chiamerai ogni dieci minuti. E sarai straziante. E perfetto.
E sarà tutto perfetto. Comunque vada.
Perché gli attimi sono così splendidi tra noi.
Ma la vita è fluida, non ha la rigidità di mille vecchie foto ingiallite e sparse sul pavimento.
La vita è il mentre tra uno scatto e l’altro.
E’ quello che manca, è quello in cui manchiamo noi.
A volte penso che saremmo meglio destinati così.
Per sempre come ora, come schegge di vite infrantesi al suolo.
Vite volate tutt’altrove. O forse mai esistite davvero.

Forse siamo essenza, sostanza non saprei…
Siamo amanti, sognatori.
Nulla a che vedere con la vita. Con l’affitto da pagare, con il tornare a casa la sera e cenare insieme.
Tu sei me all’ennesima potenza.
Valichi quei limiti che io mi sono posta quando ho capito che non ero abbastanza forte da poterne fare a meno. E nessuno lo è.
Tu il mondo provi a prenderlo dai coglioni, ma lui si volta di scatto e ti morde. Ma non desisti.
Io ci giro intorno per cercare la crepa giusta da cui potermi infilare senza dover esibire i documenti.
Provo ad essere furba. Ma forse sono solo subdola.
Non è una questione semantica. E’ un principio che conta e che si scontra.
Io tento di giocare con le armi del nemico.
Tu non lo faresti mai.
Forse tu sei tutto tranne ciò che sono io.
Eppure non siamo complementari.

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4 risposte a "Se la distanza avesse un suono sarebbe questo"

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