All’s well that ends well – Le ripetizioni inutili


Ricordi la tazza che mi avevi comprato a S.?
Resterà nei tuoi ricordi per l’appunto.
L’ho rotta.
In modo del tutto premeditato.
L’ho lavata, asciugata per bene e l’ho lasciata cadere giù.
Perpendicolarmente al pavimento, dall’altezza di un metro e venti circa.
Ammetto di aver tremato.
Ma per rabbia, nessun ripensamento dell’ultimo minuto.
Anche perché non c’è stato un ultimo minuto.
L’ho pensato e l’ho fatto.
Probabilmente è stato un gesto patetico.
Ma non sai quanto mi sia sentita bene.
Come se mi stessi liberando di un cadavere.
Ma quanti altri cadaveri ho di cui liberarmi?
Ha fatto un gran casino.
Il suo suono ha riempito la stanza.
Un suono secco, pieno, si è propagato in ogni angolo, in ogni recesso.
Mi hanno citofonato per chiedermi se andasse tutto bene.
“Sì, ho solo rotto una tazza”.
L’ho detto con tono indifferente. E rassicurante.
L’interlocutore avrà pensato che la circostanza fosse stata accidentale.
Mai dare le cose per scontate.
Ma a loro, in fondo, che importa?
Avevo come unica preoccupazione che la tazza non si rompesse.
Sembrava molto solida.
E in effetti ha avuto un finale dignitoso.
Qualche grosso pezzo e pochissime schegge.
Non ho nemmeno dovuto far fatica a pulire.
Invece i suoi esordi erano stati tutt’altro che gloriosi.
Sì ero stata felice che tu me l’avessi presa.
Che mi avessi ascoltato quella volta in cui ti raccontai quanto mi piacessero le tazze e come da adolescente ne facessi collezione.
Ma sei così straordinariamente geniale nel mandare tutto a puttane.
E il giorno in cui la usai per la prima volta fu terribile.
La tempesta in un bicchier d’acqua.
Una delle tue classiche.
Sei un artista nel settore. Un fottuto Premio Oscar.
La tragedia sul nulla sembra essere la tua professione.
La tempesta è sempre devastante quando ti si abbatte contro.
Anche quando non sai perché. E ti prende di spalle.
E dopo ore di straziante silenzio scopri che un perché non esiste.
Non per te, per lo meno.
Non per chi sa dare il giusto peso alle cose.
Se ne avessimo parlato subito si sarebbe risolto tutto nel giro di dieci minuti.
Ma tu non volevi che si risolvesse.
Volevi che io rimanessi lì a devastarmi il cervello.
Chiedendomi cosa mai potessi aver fatto da suscitare una tale reazione.
E nulla. Non avevo fatto nulla.
Comunque sappi che la tazza era rovinata.
Devo averla sfregata troppo nel lavarla.
E l’immagine sull’esterno si era graffiata.
Credo che mi avresti biasimata per la mia scarsa cura verso quel tuo regalo.
Bene. Ora hai qualcosa di concreto per cui biasimarmi.
Ah, per chiarire, oggi non ero nemmeno così tanto incazzata con te.
Se mi fossi alzata ieri sera, dopo la nostra conversazione, avrei fatto un macello.
Pensa a tutti i tuoi adorati oggetti che hai lasciato in questo appartamento.
E trema. E ringrazia che ieri sera avessi freddo.
E che mi conosco abbastanza bene da sapermi legare le mani quando so di aver perso il controllo.
Oggi mi chiami. Come se niente fosse.
Le solite stronzate, ordinaria amministrazione. Amici come prima.
Sapessi com’è bello capire che nulla per te significa nulla.
Che tutto è così leggero, come i temporali di primavera che vanno e vengono e poi esce l’arcobaleno.
Solo che questa non è la fottuta primavera.
Sapessi quanto mi rincuora il fatto che io nella tua vita vengo sempre dopo qualcun altro.
E sentire le tue puntualizzazioni circa il fatto che tu farai sempre e comunque di testa tua.
Senza che io possa avere la benché minima voce in capitolo.
Sapessi come gioisco quando mi ripeti che della mia comprensione non te ne frega un cazzo.
Perché io tanto non posso capire.
Sarò anche l’interdetta di turno o la fortunata che ha avuto non si sa più quali tesori ai suoi piedi.
Ma hey mister, sarai pure in credito con il mondo, con dio e con la vita per tutto quello che stai passando.
Ma con me di crediti non ne hai.
Anzi ringrazia che io con te ho messo in atto la cancellazione del debito.
Altrimenti sarei solo un fumoso ricordo.
E tu lo sai che quando io volto le spalle non torno mai indietro.
Non ho questa tua debolezza e l’hai visto.
Ma mi si sta consumando la gomma.
E la pazienza pure.
L’unico motivo per cui non mollo è che se qualcuno ne deve uscire da cattivo, quel qualcuno sei tu.
Ed io la poveretta immacolata.
Che non sono. E lo so.
Ma con te ho espiato tutto.
Tutto.

Annunci

16 risposte a "All’s well that ends well – Le ripetizioni inutili"

  1. E’ liberatorio rompere gli oggetti. Soffro di mal di testa dalla tenera età e una volta un medico mi disse: “Invece di farti i venire i mal di testa, vai in cucina, prendi il servizio di piatti, tutto, e scaraventalo sul pavimento!”
    ………………………..

    1. Wow carino questo consiglio. In effetti è vero che interiorizzare troppo può dare origine a dolore fisico e disturbi di salute.
      Oddio magari distruggere tutto il servizio in una volta è un pò troppo, magari lo puoi rateizzare un pò

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...