Dalle trote alle cozze, passando per le carpe e le triglie: biglietto ittico di sola andata (Post del Venerdì pomeriggio con sound quasi a tema)

Non so se i miei cugini siano ancora vivi. Credo. Di solito per i funerali la famiglia si riunisce. Suppongo che sarei stata informata. Da piccola li vedevo raramente. Ne soffrivo. Avrei voluto che crescessimo insieme, come fratelli. Suppongo di aver perso questo desiderio per strada. Non so dove, non so come. E si sono persi anche loro. Da bambini, nei nostri annuali o biennali incontri, ricordo che ci portavano alla peschiera. Era molto meno maleodorante della pescheria e molto più interattiva. Non so se la parola “peschiera” esista davvero. Era un’acquacoltura. O meglio una trotacoltura, visto che c’erano solo trote e carpe. Ma le carpe non si mangiano. Se si pescava una carpa la si doveva liberare dall’amo e rigettare in acqua. Credo che il mio istinto animalista sia crollato proprio su questi odiosi pesci, che, catturati per errore, ti guardavano con l’occhietto tondo e luccicante dall’aria di sfida. Sapevano di non essere destinate a morire e se ne stavano in arrogante attesa di essere ributtate in acqua. Non sbattevano come le trote. Ti osservavano scocciate aprendo ritmicamente la bocca tonda e carnosa. Credo che fossero i baffi a dar loro quell’espressione così irritante. E io le avrei pescate di proposito per lasciarle morire nell’erba. Ma non ero abbastanza adulta da poter scegliere chi uccidere come. Mi sono spesso chiesta per quale ragione le tenessero. Forse servivano per l’habitat. O magari la carpa è parente della trota e si fanno compagnia. Oppure per una questione riproduttiva. Comunque non credo che mi documenterò al riguardo. Non è questione sulla quale potrei perdere il sonno. Ricordo che per andare all’itticoltura mia madre mi metteva quei terribili stivaletti di gomma. Ma non mi importava molto. Ero felice di stare con mio padre, ero la sua preferita. Almeno credevo. Vicino alle vasche il suolo era sempre pieno di fango, scivoloso, viscido e dietro c’era il prato. il cielo era grigio. Sembrava che avesse appena piovuto. E che un nuovo temporale fosse in arrivo. Sembrava una palude. Quando sei piccolo non ci fai molto caso. Però ti resta un ricordo ingrigito. E vedi gli adulti molto più vecchi e consumati di quanto fossero all’epoca. Rimanevamo sempre più a lungo del necessario, perché noi bimbi volevamo assicurarci il privilegio di pescare personalmente la trota che avremmo mangiato. E quando, dopo aver pagato, ci avviavamo verso casa i poveri pesci erano ancora vivi e si dibattevano agonizzanti contro la plastica bianca del sacchetto.

Questa “breve” premessa per dire che oggi mi sono sbattuta come una di quelle trote, asfittica, per sei ore no stop. Roba da ribaltare l’opinione comune sulla vituperata categoria lavorativa a cui appartengo. Anche la Cornificans ha fatto la sua parte. L’ho guardata uscire distrutta con le guance chiazzate di rosso. Pomelli perfettamente circolari e circoscritti, come quelli di Heidi. E mi ha fatto quasi pena. Sarei persino incline a perdonarle il fatto che stamani alle dieci, tra un casino e l’altro, ha trovato il tempo di infilare qualcosa di alimentare nel microonde, profumando la stanza con un’essenza di cotoletta-toast-lasagne-patatine fritte che mi avrebbe fatto vomitare lo stomaco. Se non che ero troppo persa per star appresso alle capriole del mio digerente. Forse la perdonerò. Del resto è quasi Natale e fa folklore.

In ogni caso i Maya avrebbero calcolato che non faremo in tempo a gettarci nella bolgia infernale delle feste, festini, cene, e pranzi natalizi con parenti, amici, colleghi e vicini di casa eventuali e vari. Un vero spreco per tutti quelli che già si stanno prodigando ad illuminare ed infiocchettare le città. Una vera fortuna per me che, a partire dalla vigilia di Natale, vomito al solo sentire la parola “panettone”. Comunque io dico, visto che “no Christmas no party”, non potremmo anticipare l’infausto evento a Lunedì mattina? Il prossimo Lunedì intendo. Sarebbe perfetto. Potremmo prenotaci tutti un bel weekend tra Sodoma e le Hawaii e con la nuova settimana tutti in piedi alle sei per il giudizio universale. Che io poi sarei anche più felice di essere giudicata alle cinque e mezza, posso fare da apripista, basta che mi mandino all’Inferno mentre me ne sto ancora tra le coperte, stretta tra le braccia di Morfeo. Certo se Morfeo fosse un uomo sarebbe anche meglio. Insomma se devo proprio morire sarebbe meglio farlo in compagnia e dopo una notte di sesso infuocato, ma anche sola e casta mi andrebbe benissimo.

Il fatto è che ultimamente qui all’Obitorio sto veramente penando e mi viene da pensare che se dobbiamo tutti crepare al 21 Dicembre è totalmente inutile che l’intelligence si debba riunire il sei, ma forse sarebbe meglio l’undici o magari il tredici. Cioè facciamo che li giochiamo al lotto e se vinciamo si prende una fotocopiatrice nuova, visto che l’attuale, modello Gutenberg, funziona solo a calci e bestemmie.

E poi ve ne state tutti a casa, visto che:
Quando fate i vostri summit a me sembra di ridecorare la Cappella Sistina, di raddrizzare la Torre di Pisa, di riattaccare la testa alla nike di Samotracia tant’è difficile concordare un giorno e un’ora in cui siate impegnati a fare di meglio. E il fatto che mi diciate che una data vi va bene e che quando ve la confermo, ovvero mezz’ora dopo, abbiate già cambiato idea, non è che aiuti molto, non i miei nervi, per lo meno.
Qualsiasi cosa decidiate, qualsiasi, dal lancio dello shuttle aziendale in direzione della Luna a quando cambiare le mutande, il giorno dopo venite da me a chiedere com’è andata a finire la questione. Triglia (che sarebbe la versione carina di “pirla”): c’eri tu non io, che caspita vuoi che ne sappia? E soprattutto se hai l’Alzheimer non è ora di levarti dalle scatole? Per la casa di riposo te la paghiamo noi la retta mensile.
Se avessi voluto aver a che fare con l’asilo avrei messo al mondo tre-quattro figli, urlanti ed ingestibili. Se sono venuta a lavorare all’Obitorio è perché m’illudevo che, essendo tra adulti, non sarei dovuta correre appresso alle ginocchia sbucciate di tutti. E come mi sbagliavo…
Meno male che siete solo in cinque, però, sfiga mia, non ce n’è mezzo che abbia un neurone ancora acceso. Cos’è non pagate la bolletta al cervello?

Comunque meno male sticazzi ché è Venerdì pomeriggio e io ormai mi ricordo tutti i vostri numeri di cellulare a memoria a furia di molestarvi dalle nove di stamattina. E no, non ce la posso fare. Sarebbe molto più facile teletrasportarvi in qualche galassia sconosciuta. Anzi se ci riuscissi dovreste pure ringraziare, ché magari vi salvereste dalla fine del mondo. Certo che poi se lasciamo voi cinque a rimpolpare la razza umana siamo messi davvero alle cozze. Anche perché obiettivamente dovreste pur organizzarla una delle vostre riunioni stile G8 per decidere se la bomba atomica conviene lanciarla sulla Siberia perché l’acustica di ritorno risulta migliore di quella di Hiroshima. E io sarò morta e mai così felice di esserlo.

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3 risposte a "Dalle trote alle cozze, passando per le carpe e le triglie: biglietto ittico di sola andata (Post del Venerdì pomeriggio con sound quasi a tema)"

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