La vita segreta della metropoli notturna

Ho sognato la neve e che tenevamo i vetri aperti per vederla meglio. Come se fosse la prima volta. Non faceva freddo. Stavano addobbando per Natale. Avevano tagliato delle enormi fronde di pino.

E poi mi sono svegliata col terrore, ma non ho visto quella luce, la luce della neve. E infatti diluvia. E vado a prendere l’autobus. L’aria non promette neve.

Penso alla solitudine dell’attesa nei giorni di pioggia. Mi sembra di essere l’unico essere umano che aspetta. Lì in un angolo, ad evitare gli schizzi d’acqua delle auto e i vuoti d’aria dei camion. In questo posto che non ha segreti, che non ha vita se non quella esteriore e prevedibile dell’asfalto.

Del resto io stessa mi sento molto esteriore ultimamente. Cioè: non mi sento proprio. Non riesco a tener fermo un pensiero oltre i cinque secondi. Posso focalizzare esclusivamente sul lavoro. E solo perché sono tenuta a farlo. Il resto scorre e mi scorre addosso, mi trascina. Non saprei.

Non sono nemmeno in grado di incazzarmi con il Latitante che non mi calcola da giorni, che da dio-solo-sa-quanti anni giura che tra pochi mesi vivremo insieme e il termine si sposta sempre avanti. Come un’utopia, qualcosa che insegui, ma che ti sta sempre precedendo ed è troppo lontana perché tu la possa afferrare. E non so nemmeno più se mi va di provarci ad agguantarla. Non so se fa parte di me o di un’altra me ormai morta da tempo. Ho come la sensazione che se decidessimo di lasciar perdere tutto questo teatrino ne sarei sollevata. Non sono poi così convinta che mi mancherebbe. Come può mancare una persona che non è mai stata una presenza concreta? Non sarebbe altro che il suo ennesimo viaggio, solo che stavolta non avrei l’illusione che ad un certo punto possa interrompersi. Ma mi sto ancora illudendo? Credo di aver perso anche il privilegio dei sogni, delle speranza, del sereno all’orizzonte, per quanto l’orizzonte possa apparire lontano.

Mi sento totalmente svuotata, come se vivessi in un sistema dove una serie di cartelli mi suggerissero cosa fare in ogni situazione e io andassi avanti leggendoli, ma senza realmente capire cosa implica seguirli.

Un tempo, quando mi sentivo in questo modo, riuscivo ad aggrapparmi alla quotidianità, a un libro da leggere, a un viaggio da fare, a un abito da acquistare, cose che davano un contributo, piccolo ma in quel contesto sostanziale, a dare un senso alla giornata. E, di giorno in giorno, alla vita intera.

Adesso questo stratagemma non sembra funzionare più, non ho motivi, e mi baso su quello che c’è e che va portato a termine, sul fare quello che c’è da fare, anche se non mi dà assolutamente nulla. Se mi guardo, mi faccio paura. Sto mangiando, ma il mio stomaco inizia a fare fatica. Ho paura di perdere peso. Tutti i casini sono sempre iniziati da lì, dai chili lasciati per strada all’improvviso.

Perciò meglio che guardi ciò che mi circonda, che focalizzi sull’esterno, su ciò che non mi tocca e non mi riguarda. E così provo ad osservare le persone che camminano per strada, a scrutarle con attenzione, per catturare i dettagli e provare a dedurre chi siano e che vita possano avere. Ma è troppo doloroso: non posso abbattere i paragoni per quanto ipotetici.

E allora mi concentro sugli oggetti, sugli insiemi. La complessità è molto più affascinante.
La vita segreta della città notturna.

Una volta abitavo in una metropoli. Lavoravo di notte e quando rientravo a casa mi sembrava di essere rimasta accidentalmente incastrata in un frammento fuori dal tempo. Una scheggia impazzita, staccatasi dalla notte senza essere catturata dal giorno. L’ora di mezzo, la terra di nessuno, quella di cui il buio finisce e la luce deve ancora farsi strada. E il rumore perde un battito, e in quell’assenza senti la città respirare.
Era tutto, era nulla, era bello. Avrebbe potuto essere qualsiasi posto sulla faccia della terra. E io, senza radici come sono, per un attimo lo sentivo mio. Come se a me sola fosse svelato che l’asfalto, il vetro, il cemento, l’indifferenza, la fretta, l’individualismo in realtà hanno dei lampi di cedimento, istanti indivisibili in cui tutto si ferma e resta solo un grande cuore pompa vita e infonde sicurezza e che a me, tanto lontana da ogni certezza, regalava un meraviglioso abbraccio.
Giusto quel secondo prima che tutto si frantumasse.

Forse qualcosa di simile esiste anche qui, ma il silenzio sembra sempre troppo assordante perché possa essere significativo. Le stelle troppo nitide, troppo menefreghiste. La pioggia troppo monotona. La neve troppo soffocante. E’ tutto così semplice, così lineare, così totalmente privo di intrecci, di segreti, così consumato dall’uso e dall’abuso. E io non riesco a vederci nulla di umano, nulla di superiore, nulla di mio.

E vado avanti così, sospinta al largo e trascinata a riva, a seconda delle maree. E oggi sento di non poter uscire da questa ruota. Domani magari sì…

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11 risposte a "La vita segreta della metropoli notturna"

  1. Complimenti per il bel post.
    La notte è vero si respira un’atmosfera magica, e lavorare di notte deve essere davvero particolare, penso ai film di “Scorsese” che hanno sempre fotografato questo aspetto.
    Per il resto, andare avanti, quasi come degli automi, è quanto di più terribile ci possa capitare. Anch’io mi sento così in questo periodo. Faccio quello che devo, senza sapere e volendo solo quello che vedo. Forse serve qualche paesaggio, serve il mare, serve qualcosa di vero, per rimetterti in carreggiata. Forse ci vuole partecipazione, ci vuole che bisogna cambiare le cose nel mondo. Forse è solo una condizione dell’anima di tutti, e non possiamo farci niente.

    1. Lavorare di notte è particolare, sembra di essere in un altro mondo, un mondo parallelo a quello diurno, ma intatto nella sua diversità sottile. Si percepisce calma, ma ci si trova anche di fronte ad inaspettata violenza. E le due si bilanciano tra loro. Ho sempre amato vivere la notte, come se nella notte ci fosse un posto per me che invece di giorno non riesco a trovare. Nel giorno posso mettere un piede avanti all’altro e vedere dove finirà tutto questo e nemmeno mi interessa di sapere cosa succederà. Nella notte, forse per carenza di tutte quelle forme di vita che la notte riposano, ho sempre trovato dei frammenti di uno scenario in cui riuscivo ad identificarmi, qualcosa di mio, di vivo, di vero, su cui forse non avevo dominio, nè potere decisionale, ma l’illusione di essere protagonista c’era tutta.
      Grazie del commento, buona serata

      1. Sì, hai usato le parole giuste per esprimere questa cosa a cui avevo già pensato, la notte sembra un caos dove non hai potere decisionale, ma dove sotto le luci dei lampioni e l’aria fredda della sera sei protagonista e forse un pochino più libera. Grazie a te, buona notte!

          1. C’è qualcosa dentro che, ad un certo punto, raggiunta una specie di massa critica, fa “clic”. E allora crescono le ali, si affinano zanne, si illuminano sguardi, si gonfiano cuori. (anch’io sto aspettando il clic).
            Gatto

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