Hannibal, i frattali e la Palestina: per l’ennesima volta ho provato a pensare e ne è uscito un delirio tibetano

Questa mattina non succede niente, ma proprio niente.
Però mi sento totalmente dissociata.
Il mio corpo va da una parte, quella giusta, grazie a dio.
Ma la mia testa si dirige altrove.
E questo altrove è molto fumoso, indefinito.
Come se il cervello, il mononeurone intendo, si fosse frantumato in mille pezzi e ciascuno di essi avesse preso una propria distinta direzione.
Con il comune denominatore che nessuna di tali autoproclamatesi individualità mi manda cartoline per farmi sapere dov’è e come sta e soprattutto se intenda ritornare.
Mi viene da guardarmi guardo intorno.
Ho come l’impressione che la mia psicosi sia visibile dall’esterno, ma tutti sono impegnati nelle loro attività e nessuno mi degna di uno sguardo.
Buon segno: dev’essere che appaio normale. Almeno finché non apro bocca. E infatti lo faccio solo per salutare.
Non so da cosa dipenda questo stato di follia.
Eppure mi ero svegliata bene.
Mentre mi lavavo i denti avevo pensieri splendidi, lineari, perfetti.
Pensavo alla Palestina. E anche al Tibet volendo.
Ma ultimamente Gaza va più di moda.
Detta così ci sarebbe da mettermi al muro e spararmi.
Così avrei un bell’assaggio di Cisgiordania che non me lo dimentico più.
Però obiettivamente puntare il dito, per quanto sia fatto in modo motivato e documentato, finché lo fai dalla poltrona del tuo salotto mi sembra un tantino troppo facile.
Cioè vedi quelli che vanno a buttarci la vita per queste cause e tu sta lì a pubblicare video e a dire che così non va bene.
E’ giusto parlarne, ma sono anni che se ne parla e non è mai servito a nulla.
Giusto ma inutile, in fin dei conti.
E io mi sentirei un’inetta a pontificare e suggerire strategie, se non altro nei confronti di chi certe battaglie le combatte in prima linea.
Io andrei a dare una mano e starei bella zitta, tanto parlare non è indispensabile. E’ più una questione di agire.
Se non fossi sotto farmaci, che mi rende un peso morto pe la sanità pubblica di ogni paese del mondo, probabilmente sarei in Palestina o in Sierra Leone.
O in qualche altro paese di cui ci siamo dimenticati ma del quale la guerra non si è dimenticata affatto.
Non perché sono una che ha coraggio.
Ma perché ho voglia di combattere per qualcosa che vada oltre me. Che non finisca quando io morirò.
Dev’essere la mia versione, rivisitata, del mettere al mondo figli.
Dev’essere la mia versione del far sì che un giorno chi volesse mettere al mondo i propri figli in certi luoghi della terra potesse sentirsi sicuro nel farlo.
Partirei così, perché non avrei nulla da perderci.
E chi non ha niente da perdere è gratuito, ma anche pericoloso. E può anche diventare l’elemento perfetto.

E dopo aver fatto tutti questi nobili pensieri, consapevole del fatto che coi “se” anche io sto teorizzando come i Palestine Friends, mi sono messa nelle cuffie Caribou.
Hannibal è spettacolare da ascoltare in cuffia. Molto evolutiva e fa i cerchi. Ma non sono concentrici, è come se ognuno di essi andasse in una direzione diversa e opposta a quella del precedente, ma si toccassero sempre in un punto.
Non è qualcosa di spiegabile a parole però.
E improvvisamente c’era troppa luce, anche se oggi la giornata è grigia e non si prospetta nulla di buono.
E c’erano dei frattali che si portavano via il mio cervello in tranquille e costanti evoluzioni di colori e luci cangianti.
Ho cercato di tornare indietro, ma adesso solo di nuovo qui.
Di nuovo persa nel delirio.

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8 risposte a "Hannibal, i frattali e la Palestina: per l’ennesima volta ho provato a pensare e ne è uscito un delirio tibetano"

  1. “perché ho voglia di combattere per qualcosa che vada oltre me. Che non finisca quando io morirò.
    Dev’essere la mia versione, rivisitata, del mettere al mondo figli” sono parole bellissime. E’ l’unica cosa che dà un senso al nostro vivere, anch’io ci penso spesso, a volte pensando alla morte, che se non si lascia nulla in eredità si è vissuto invano, e lo penso anch’io che non ho istinti materni. E come dici tu, è tutta una questione di agire, alla fine. Anche se a volte stupidamente spero che solo chefacendo pensieri di questo tipo io possa perlomeno distinguermi e guadagnare un pezzettino di conoscenza in più, perché le stelle o le particelle d’aria che diventeremo una volta morti possano brillare un pò di più. O perlomeno di guadagnarmi un passettino di salvezza, di avanzamento di coscienza prima di mettere nei fatti i nostri intenti, perché la vita è qua.

    1. Io quando penso alla morte non penso a come sfuggirla, a come salvarmi, o a come brillare di più dopo la fine dei miei giorni. Essendo mortale so di essere un’entità finita, so che raggiungerò un punto di non ritorno e che mi dissolverò nella terra in cui verrò sepolta. Non ambisco ad essere immortale, ma mi piacerebbe dare il mio contributo perchè cose come la pace e la tolleranza possano diventare immortali. Se succedesse anche grazie a me, per me non cambierebbe nulla ma per il mondo cambierebbe molto. Penso a tutte quelle persone che, prima di noi, hanno lottato e sono morte perchè noi oggi vivessimo in una società più civile. Non conosco i loro nomi ma so che hanno fatto per me qualcosa di grandioso, che sono morti partecipando a valori importanti e dando ad essi una speranza in più d’eternità. E mi sembra una cosa immensa, molto più grande dell’individuo, ma creata di fatto dal sacrificio di tante persone comuni, come ciascuno di noi.
      Grazie della lettura, buona serata

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