La polvere delle cose inutilizzate (Questo post credo di averlo già scritto, ma credo altrettanto di doverlo riscrivere)

Sono venuta a cercarti questa notte. Ti ho cercato ripetutamente. Stavi in un flatshare e i tuoi coinquilini erano tutt’altro che simpatici. Un gruppetto multietnico, accomunato da una certa reticente ostilità. Nessuno mi diceva se c’eri, se saresti tornato o quando. E così venivo più volte a casa tua. Mi ci portava il Latitante, mi aspettava fuori. Del resto è sempre lui il fomentatore delle reunions. Quello che con il web ha recuperato una schiera incalcolabile di ex amanti, ex fidanzate, ex quasi-tutto-quasi-niente, ex amici, ex compagni di studio. Quello che ovunque andiamo ha sempre qualcuno a cui far visita. E io mi ritrovo sul divano di persone che non conosco, che non sanno che dire a lui, figuriamoci a me. Guardo gli orologi, se sono in posizione favorevole, aspettando che sia passato abbastanza tempo da rende opportuna la nostra dipartita. Lui vorrebbe che anche io facessi lo stesso, che recuperassi amici dal passato remoto, come ci si accaparra un vestito ai saldi di fine stagione. Che ti sembra splendido e poi scopri che è difettato. Ma vabbè: quello che conta è il senso di possesso, di avere qualcosa, qualcuno. Il Latitante non lo assecondo mai, non su questo, per lo meno. Forse mi sono chiesta come sarebbe farlo. E sono venuta a cercare te. Che alla fine ti trovavo per sbaglio. Stavi in una stanza al piano di sopra e scendevi più per caso che per aver sentito la mia voce. Eri ingrassato. Eri come quando ti ho conosciuto. Più serio però. Carino ma piuttosto freddo. Freddo lo sei sempre stato del resto. Non hai mai alzato le braccia quando ti abbracciavo. Non lo facevo spesso, non è da me e l’assenza di contraccambio del gesto si notava. Poi ho smesso… Andavamo da qualche parte. C’era una tua coinquilina, una che non avevo visto in precedenza. E da lì mi focalizzavo su lei e tu sparivi. Non è stato così in fondo? Era come ripetere quel circolo, come sintetizzarlo un po’. Togliere i fronzoli delle implicazioni psicologiche che mi ci sono volute ipotesi altrui perché potessi vedere. Ma che hanno senso, che fanno tornare i conti, con quella logica utilitaristica che a me a volte manca. Era semplice in fondo, come quelle equazioni che da solo non sapresti risolvere, ma se qualcuno ti aiuta in un passaggio, poi tutto torna. E torni tu. L’ultima volta che ti ho visto. Stavamo seduti, immobili, muti, il silenzio come un macigno, di quelli che vorresti gridare non per significare qualcosa ma perché tutto è troppo vuoto. Troppo rosa il cielo, troppo ferma l’acqua, troppo solida la roccia. Troppi minuti e respiri contati. Troppa voglia di essere sola. E la solitudine ha un senso, ma non al fianco di qualcuno. A nessuno piace perdere per l’ennesima volta. Con te ho giocato l’ultimo round. Ero stanca, ma pensavo che forse… E invece hai vinto tu. Eppure credevo fossimo nella stessa squadra. Ho pianto per te, ho riso con te, ho amato i tuoi pregi, ho massacrato i tuoi limiti. Ho abbassato la guardia e dev’essere quello che mi ha fregata, che mi ha resa cieca di fronte alla logiche evidenze. Un vero peccato. Per te intendo. Dove la troverai un’altra me? Forse nemmeno la vorresti, in fondo sono troppo. E non è un necessariamente un bene. Sono troppo per troppi. Vado a fondo, così a fondo che ti sei sentito come un topino nella trappola. Una trappola di parole che facevano eco a quello che sapevi già. Che già ti feriva, che avevi scelto di lasciare che ti ferisse. Ti si leggeva nel corpo e sui nervi. Credi che non facesse un po’ male anche a me? Mi hai mandato un sms in seguito. Stavo vicino al mare, c’era una statua di Alessandro Magno. Nulla di che ma di notte illuminata faceva il suo effetto. Scattavo foto. E leggendoti pensai che a te in fondo sarei stata bene così. Intrappolata in un istante, cristallizzata, innocua. Staticità che anela movimento, che si rassegna a non averlo, che finge di star bene vivendo così, a compromessi. Una signorina che beve il tè con il mignolo alzato. E realizzo quanto poco tu abbia voluto capire di me, quanto tu, per comodità, abbia sperato di sezionarmi in mille parti per poi prendere solo quelle che ti sarebbero piaciute e creare una pseudo-me, perfetta per una pizza in compagnia. Ma io non mi vendo, non mi svendo, non sono in saldo. Io mi regalo e se questo giocattolo è troppo impegnativo, sappi che è altrettanto ostico da frantumare o da tenere in stand by come l’argenteria che si rispolvera solo per il giorno di Natale.

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2 risposte a "La polvere delle cose inutilizzate (Questo post credo di averlo già scritto, ma credo altrettanto di doverlo riscrivere)"

  1. Molto cose, in questo post, mi ricordano la storia a cui pensavo quando ho scritto il mio di post, quello di ieri, e direi che ci si può ritrovare anche un qualcosa della “perla” di cui abbiamo parlato nei commenti…
    Leggere certi passaggi mi ha fatta sentire “a casa”.
    Buona serata!

    1. Non è stata una “storia” bella in fin dei conti. Mi ha lasciato soprattutto amarezza, delusione, ma pochissima rabbia. O forse quella si è solo spenta nel tempo.
      Di “perle” ne ho avute anche io parecchie, da qui come da altrove, anche se magari non così ben verbalizzate come la tua.
      Ma per me sono i fatti che contano quindi sono daccapo,

      Buona serata a te 🙂

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