La morte segreta delle farfalle

Stanotte ho dormito un sonno agitato. E mi sono alzata con i capelli sconvolti. Erano persino peggio del solito. Il che è grave. Alla fine sono giunta a pensare che solo la Bora potrebbe farmi la messa in piega. Però quando sono stata a Trieste nemmeno lei è riuscita a metterci mano. Comunque, ho fatto tanti sogni. Molti più di quanti riesca a ricordarmene. E’ sempre così. Ma stavolta è come se avessi la consapevolezza di qualcosa che sta lì, in un angolino buio, e si rifiuta di riaffiorare alla memoria. E mai lo farà. Mi viene da pensarci. Perché qualcosa lo ricordo. Ed è strano. Bello ma di quella bellezza un po’ dolce e un po’ letale. C’era mia nonna, nel sogno. Lei è morta quasi dodici anni fa. Avrei dovuto piangere allora. Le volevo bene. Ma quella sera sono rientrata tardi. Non avevo mangiato nulla. E così sono andata a vederla. Aveva la fronte ancora calda. E poi ho cenato. La verità è che ero sollevata. E non ho mai pianto per lei. Quando la vita non è più vita è sempre come se esistesse un qualcosa di etereo che nell’ultimo respiro si libera dall’oppressione del corpo. Come se la nostra fisicità gli facesse da zavorra. E lui supplicasse di poter volare via. Ma nel mio sogno nonna era vita e molto in salute. Come quando ero piccola. E lei mi sgridava sempre. Non è mai stata una di quelle nonne moderne che viziano i nipoti. Era come se fosse sempre stata vecchia. Una vecchia severa e gelosa dei suoi equilibri. Nascondeva il barattolo della Nutella. Io le fregavo i ravioli secchi e mangiavo quelli. Sono disgustosi, lo so. Ma a me piacevano. Comunque mia nonna era in partenza nel sogno. Andava a trovare mio zio. Il maggiore dei suoi figli. Con il treno. Noi la portavamo alla stazione. Aveva mille valigie. E una ragazza mi diceva di aver pensato che stessimo tutti per partire tanti erano i bagagli. Questa ragazza non la conosco. Ma la vedo sempre sull’autobus. So che è straniera. Nulla di più. E mi spiegava che un simile numero di valigie era quello che lei e la sua famiglia si portavano quando rientravano nel paese di origine. Ma loro erano un bel gruppo di persone. Poiché i sogni non hanno logica, mi ritrovavo ad entrare in un ristorante. Ma non era un ristorante. Era la cucina della vecchia casa di nonna. Un ambiente enorme, con un grande tavolo rettangolare al centro. Un posto che non rivedo da una quindicina d’anni. Un luogo che non esiste più. Una vecchia “corte” ormai abbattuta. Per far posto ad edifici più moderni. Immagino una villetta a schiera. Ma non ci sono mai più tornata. Strani sentimentalismi. E quando vado al cimitero dove nonna è sepolta quel chilometro in più non lo faccio mai. Non lo voglio fare. Ci sono un po’ cresciuta lì. E adesso non è rimasto più nulla. Le “corti” non hanno cancello e da bambini si giocava sulla strada. Ma poi ci fu un incidente mortale. E non ce lo permisero più. Io ero lì quel giorno. Non mi ricordo nulla però. In passato quando andavo alla tomba di nonna giravo indietro e andavo al fiume. Ora non più. Però c’è questo bellissimo fiume lì vicino. Dà un senso di pace. Anche se nuotarci è pericoloso. Si può camminare per chilometri, seguendo la sponda. Fino ad arrivare altrove. E non sai quanta strada hai fatto. Né dove sei. Non importa. E’ un camminare fine a sé stesso. Un fluire lento. Come l’acqua. Però quel posto mi è ormai funesto. Mi ricorda troppa gente sparita dalla mia esistenza. E’ normale che le strade si separino. Solo che a volte fa più male. O forse no. Forse fa solo più rabbia. Odio le cose incompiute. Quelle lasciate lì nel mezzo. O si arriva alla fine o si sbatte tutto per terra. Frantumato in mille pezzi. Le vie di mezzo mi fanno impazzire. Sono beffarde, false, perbeniste, mancano del coraggio della verità. Perciò al fiume evito di tornare. Cimitero e basta. Solo tombe. Perché la morte, almeno lei, non mente. Dice che verrà a prenderci tutti e prima o poi lo farà. Come ha preso nonna, anche nel mio sogno. Perché nel sogno di stanotte quando entravo nel ristorante e mi mettevo al tavolo con i miei famigliari cominciavo a parlare della sua partenza. Il viaggio da suo figlio, intendo. E mio padre mi diceva che non era partita. Non in quel senso, per lo meno. Mi spiegava che lei era morta. Ma con un tono molto conversazionale. Come se si parlasse del tempo. E io non dicevo nulla. Non ero dispiaciuta. Stupita però sì. Avrei giurato che l’avessimo accompagnata alla stazione. Tutte quelle valigie. La ragazza che mi faceva notare quante fossero. Non so. Era come se dovessi trovare una soluzione. E la trovavo. Mi dicevo che il dolore mi aveva fatto alterare i ricordi. E il funerale era diventato un accompagnare qualcuno alla stazione. Del resto non è un po’ così? Mi vengono in mente tutte quelle volte che ho lasciato qualcuno con un “arrivederci” e poi ho scoperto che si trattava di un “addio”. E quelle volte che sono stata io a lasciarmi qualcuno alle spalle. Senza mai nemmeno chiamare per dire che non sarei più tornata. E’ come morire. Morire per l’altro. Estinguerti dalla sua vita. O lui che evapora dalla tua. E’ in ogni caso un taglio netto, preciso. Ma di spalle, a sangue celato. Forse sarebbe meno doloroso se tutti i morenti prendessero un treno e non tornassero mai. Potremmo immaginarceli vivi e felici altrove. Ma sarebbe più falso. Perché in ogni caso sarebbero andati a morire. Lontani dai nostri occhi. Lontani come le farfalle. Che mi sono sempre chiesta dove andassero a morire. E noi liberi dal dover soffrire. Liberi di poterci costruire un teatrino in cui tutto finisce sempre bene. In cui nulla finisce in realtà. E noi siamo eterni. Cambiando luoghi e vicinanze ma intatti alla mano del tempo. Che non si avvicina, non ci mette alle strette. Una clessidra in cui la sabbia scorre e poi si ribalta e scorre di nuovo. Ma, se così fosse, apprezzeremmo ancora il valore di coloro che abbiamo avuto e perso? Se tutto fosse ripetibile, niente e nessuno sarebbe unico. E nulla avrebbe la dolorosa bellezza della perfezione di un istante che non tornerà mai più.

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6 risposte a "La morte segreta delle farfalle"

  1. Di solito ti leggo e bsta, evito i mi piace, evito i commenti appunto… ma stavolta hai toccato un tasto a cui non solo tengo ma darei meta’ della vita che mi resta da vivere per avere mia nonna qui con me a condividere il mio viaggio.

    La cucina di mia nonna, la “corte” é fissata indelebilmente nella mia mente, i profumi e gli odori non svaniranno mai. É come se una parte di me, un piccola bambina si aggirasse ancora in quella casa, adesso totalmente sventrata e trasformata.

    Io al cimitero non riesco ad andare, collasso, stó male. Piú ci povo e piú finisco all’ospedale. Amavo troppo quella donna, era e sara’ sempre la mia anima.

    Ti ringrazio per aver condiviso i tuoi sogni …..

    xxx SA

    1. Io ero affezionata a mia nonna, anche se dal post magari non si direbbe. Ma l’ho vista morire davvero male e credo che alla fine anche lei sia stata felice di “partire”.
      Il sogno che ho fatto mi ha aiutata a capire quanto anche io mi ricordi bene i dettagli degli anni trascorsi con lei anche se ci ripenso davvero raramente.

      Non credo che sia importante andare nei cimiteri, credo sia molto meglio conservare e portare con sè il ricordo delle persone che abbiamo amato e che non ci sono più.

      Quando morirò vorrei non essere sepolta ma cremata e che qualcuno della mia famiglia si prendesse le ceneri e le tenesse con sè in casa, perchè l’idea di finire al cimitero così da sola non mi piace: vorrei stare in una casa, con la televisione accesa e le persone che vivono. Ma non so se qualcuno mi vorrà con sè dopo…
      Ma mi accontenterei anche di stare tra i vivi nei loro pensieri e nei loro ricordi

      Mi fa piacere se ti ho fatto ricordare la tua nonna ed un periodo bello della tua vita.

      Grazie a te per aver letto, buon pomeriggio

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