E forse un giorno imparerò a scrivere senza saltare di palo in frasca. Forse… (Per le persone che mi hanno aiutata a crescere)

Stamattina ero sull’autobus. E pensavo. Ci provavo per lo meno. Perché l’autobus è un pullmino scolastico. E’ troppo piccolo. E, col passare dei giorni, si rimpicciolisce sempre di più. Sembra, che ne so, un aggeggio da Paese delle Meraviglie. Anche se la storia di Alice non me la ricordo troppo bene. L’angustia dei luoghi alimenta il mio senso naturale di claustrofobia. Mi ci vuole un po’ ma a lungo termine sclero. Nonostante io sia una donna in formato tascabile. Ricordo che una volta feci una risonanza magnetica. Ne ho fatte due in vita mia. Ma la prima fu un vero spettacolo, una tragedia greca in dieci atti. Chi si era sottoposto a questo esame in precedenza mi disse che mi avrebbero infilata in un tubo e che sarei dovuta rimanere lì dentro immobile per una mezz’ora. Anche meno. Mi dissero che era fastidioso. Ma per me fu terribile. Avevo la bellezza di venticinque anni. E riuscii ad esasperare i tecnici molto più di una quattrenne. Non riuscivo a stare immobile. Non potevo sopportare il rumore di trapano vicino alla testa. Ero convinta che sarei morta. Piangevo, tremavo, una scena da fine del mondo. Pensavo che il macchinario mi sarebbe collassato addosso. Che mi avrebbe risucchiata. Non so. Dopo un’ora di delirio mi dissero che non c’erano speranze e mi mandarono a casa. Il referto diceva che ero da ricoverare in psichiatria. Id est che era impossibile refertare. La cosa migliore fu che alla mia uscita c’era una donna che aspettava di fare lo stesso esame e mi chiese se era davvero così terribile come si diceva. E lo chiedi a me? Vuoi davvero che ti racconti la mia esperienza? Magari prima lo fai e poi ne discutiamo davanti ad un caffè. Ché sennò ti terrorizzo. E i tecnici mi fanno davvero internare… In ogni caso riuscii a biasciare qualcosa del tipo che in fondo non era poi tanto terribile. Ogni volta che penso a questa scena finale faccio fatica a trattenermi dal ridere. Anche se di tempo ne è passato. Ora: il punto è che pensare mi aiuta a combattere la claustrofobia. Funzionò benissimo alla mia seconda RMN. Oddio benissimo no. Ma mi aiutò a mantenere un atteggiamento consono. E ha funzionato anche stamattina. Le orecchie hanno iniziato a fischiarmi. Ma oltre il soffitto grigio, nel quale, col mio metro e cinquanta, sono comunque convinta di poter battere la testa, ho visto distese infinite di acqua e di verde. No. Non ho sniffato la calce del campetto di calcio dell’oratorio. Da quando Don Fratelli-abbiamo-un-debito ha introdotto il chip anti-infedeli devo tenermi alla larga.

Semplicemente ragionavo sulle persone del mio passato. E sono volata in altri luoghi ed altri tempi. Per rendermi conto che quasi tutte le persone che nella mia vita hanno significato qualcosa sono uomini. La presenza femminile è ridottissima. Risicata a mia madre, qualche amica con cui sono cresciuta e poi il nulla. Chiarisco: dagli uomini di cui parlo escludo tutti i miei ex, il mio attuale e tutti quelli che ho frequentato in orizzontale a qualsiasi titolo e livello. Mi attengo agli altri. A quelli con cui mi sono principalmente scannata, massacrata, scornata. Vedete voi. Ma alla fine mi hanno insegnato qualcosa. Oppure, in un modo che io all’epoca non ero in grado di capire, mi sono stati vicino e mi hanno aiutata a non mettermi in guai seri. E mi mancano. Proprio loro che mi hanno aperto la testa, privi di qualsiasi accondiscendenza. Mi manca relazionarmi a gente immediata come un pugno in faccia, perché anche io sono così in fin dei conti. Forse alcuni uomini mi sono stati maestri nella pratica. Mai le donne, purtroppo. E relazionarmi ad alcuni di loro era come parlare la stessa lingua. Come essere totalmente fluidi e lineari nell’andare oltre, nel lasciare alle spalle, nell’essere ogni giorno una nuova alba con una nuova luce. Ho un modo di rapportarmi alle persone, diretto, duro, maschile probabilmente. Quindi il più delle volte sto zitta. Perché so che è meglio. Perché sono una che tende al massacro, a dire sempre ciò che pensa, a non avere limiti, a non usare filtri, a non mettere fiocchetti. Perché ho imparato che la parola sbagliata alla persona sbagliata è come un grido nel deserto, se va bene. E come un boomerang, se va male. Perché più ci tengo a qualcuno, più scarsa è la mia capacità di cercare il compromesso tra pensiero e parole. Perché non riesco a limare gli spigoli delle mie idee. Perché sono davvero poche le persone così intelligenti da vedere la verità come una lama ma come una mano tesa ad aiutare. Perché sono stanca di riempiere il mio orticello di cadaveri. Di contare le vittime delle mie opinioni, quelli che non reggono, quelli che abbandonano. Eppure sono altrettanto consapevole che non posso vivere con le mani legate, col cervello spento, con la lingua ipocrita. O meglio: forse sì. Forse posso farlo. Forse posso seppellire l’utopia di rapporti forti e sinceri nonostante tutto. Forse posso dedicarmi alle conversazioni da happy hour. Ma, non so come mai, sento che continuerò a rimpiangere coloro con i quali sono stata libera di esprimere me stessa senza limiti verbali e comportamentali. Coloro di cui, a distanza di secoli, ancora ricordo i modi e i gesti e in quei ricordi mi sento nella mia casa e tra la mia gente.

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4 risposte a "E forse un giorno imparerò a scrivere senza saltare di palo in frasca. Forse… (Per le persone che mi hanno aiutata a crescere)"

  1. Io sono sempre più convinta che tu sia una persona strepitosa, coi controcoglioni e senza peli sulla lingua, certo,, ma strepitosa.

    Perdonami se mi limito a questo, ma mi sto ancora scompisciando per il chip anti-fedeli… 😀

    1. Io mi venderei mia sorella pur di essere davvero una coi controcoglioni. Ma non sono così tanto forte però ho avuto una buona maestra: la vita.
      Mi fa piacere che mi consideri strepitosa, è carino, non so: mi piace. E’ una parola che nessuno aveva mai usato in relazione a me.

      In fatto di caxxate ci sono giorni in cui sono una macchina da guerra però col chip anti-infedeli sento di non aver dato il meglio di me, ma sono felice che strappi una risata.

  2. Se le conversazioni da happy hour non fanno parte di te, mi duole dirtelo (con lo stesso gene maschile di cui parli e di cui sono felice proprietaria anche io), non faranno MAI parte di te. Motivo per cui anche io preferisco stare da sola, o con quelle due o tre persone che capiscono quel che dico e come lo dico e perché lo dico, piuttosto che mettermi a fare la femminuccia tutta cuoricini e stelline. Forse è un atteggiamento masochistico, sono disposta ad ammetterlo, ma tant’è…

    1. Io del fatto che cozzo parecchio con il più delle persone me ne sono fatta una ragione. Non credo che mi metterò a fare la femminuccia, non perchè abbia qualcosa in contrario, ma perchè non fa parte di me. Purtroppo le persone che mi capivano così come sono le ho perse per strada e a volte ci penso e mi mancano. Mi amnca avere rapporti sinceri. Certo: si litigava parecchio ma alla fine tornava il sereno e i rancori erano inesistenti. Ah bei tempi lontani…
      Grazie della lettura
      Buon pomeriggio

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