Two loops

Ieri sera, vincendo la mia tradizionale pigrizia culinaria, ho deciso di prepararmi qualcosa, giusto per non diventare la prima donna al mondo ad essere morta di fame per il semplice motivo che non avesse voglia di cucinare.
Ora: io non saprei se nella frase che ho appena digitato l’”avesse” vada bene, mi pare di no e mi sento un po’ in ansia, perché, essendo figlia di un’insegnante, a casa dei miei sono sempre volati schiaffi per i congiuntivi errati… E si vede che questo strumento educativo non è stato poi così efficace se sono ancora in grado di sbagliare.
Comunque mentre cucinavo mi viene in mente che, come con il cibo, sono incostante praticamente in ogni cosa in cui mi sia possibile esserlo. E, dove non lo sono, sono in loop.
Ad esempio in amore sono sicuramente incastrata in un meccanismo che si muove per me ma non necessariamente con me. E che gira a ruota, nel senso che non vado da nessuna parte. Amo, odio, m’incazzo, comprendo, perdono con riserva, mi segno i torti subiti, tralascio quelli commessi, ma so che ci sono e tutto va in pari. E si ricomincia daccapo.
E’ come giocarsi un po’ contro e un po’ insieme, a dosi equamente ripartite, a passaggi millimetricamente alternati, senza vincere mai, senza perdere mai, continuando a giocare, finché si dimentica se il gioco abbia uno scopo e quali siano i motivi ci hanno spinto ad intraprenderlo, finché la volontà si trasforma in abitudine e l’abitudine in dovere e l’altro è l’ennesimo cartellino che timbri durante la giornata, dopo quello del lavoro, dopo quello della spesa, dopo quello di tutte quelle cose che sai di dover fare entro sera, anche se ti sei dimenticato del perché le devi portare a termine.
E così mi trovo ad aspettare un orario consono per poter parlare con il Latitante e mi addormento e penso che lui se la sia presa con me e scopro che “deo gratias che non m hai chiamato: ero davvero distrutto” e realizzo che del fatto che fosse stanco e preferisse dormire non mi importa nulla.
Mi sento come quando a scuola passavo indenne un’interrogazione per cui non ero preparata, quando riuscivo a millantare il credito sull’essere affetta da ciclo mestruale e saltavo l’ora di educazione fisica, sdraiata sul materassino fingendo crampi che non ho nemmeno mai avuto. Nulla da festeggiare in fin dei conti, ma parecchio sollevata.
Anche il lavoro per me è un loop. Del resto, come dicono gli alti vertici, il posto fisso è noioso. E mi viene in mente quando in un’altra vita lavoravo in un fast food vicino ad un teatro. Per un anno davano “La bella e la bestia” e ogni tanto pensavo che gli attori dovessero sentirsi annoiati a recitare sempre nello stesso ruolo e subito dopo mi veniva in mente che, in fin dei conti, anche io recitavo ogni giorno la parte della cassiera sorridente e disponibile e, tra me e il candelabro parlante, di sicuro quella a far più fatica ero io.
All’Obitorio il meccanismo non è una ruota, ma un carro di cui io sono l’ultima ruota, una di quelle piccole, che per stare al passo del carrozzone deve vorticare a mille e mi chiedo se, girando girando, prima o poi non farò cento, sbancando il casinò come in quel vecchio programma televisivo che mia nonna seguiva con smisurata fedeltà. Mi chiedo se, portando la croce, mi dispenseranno mai dal dover anche cantare. Ma sono domande retoriche.
Qui siamo strutturati a piramide, se stai sotto porti tutto l’onere, se stai sopra prendi tutto l’onore. Anche se a me dell’onore non importa nulla, mi importa di arrivare alla fine e di arrivarci a coscienza illibata.
Io arrivo, timbro, passo un tot di ore a destreggiarmi tra le crisi lavorativo-esistenziali di tutti, finisco le cose oggi per ieri, mi occupo di una varietà di adempimenti che azzerano ogni speranza di qualità, mi faccio assottigliare i nervi da gente che pensa che io sia il confessore, la tabaccheria, l’ufficio delle imposte o la guardia medica o magari tutte queste cose insieme, poi ritimbro, resetto il cervello e vado a casa. And so on and on every fucking single day.
(Con tutto il rispetto per chi un lavoro non ce l’ha: non è di questo che sto parlando e nemmeno mi ci voglio mettere).
Se mi chiedono quale sia la mia professione o su cosa verta, io non lo so, non lo so più, forse non l’ho nemmeno mai saputo: io faccio e basta. E’ come remare in direzione della costa senza sapere se la riva sia veramente là dove tu tendi, ma continuare comunque, dimenticando il senso e fingendo lo scopo o ammettendo che lo scopo non c’è e facendo finta che vada bene così.
E allora penso che sia meglio essere incostante ma convinta, cucinare una sera sì e tre no, lasciandomi guidare dall’ampiezza della voragine gastrica.
Perché il corpo è concreto, basilare, non mente, crea legami cristallini tra causa ed effetto e dà un senso chiaro ed univoco all’agire. Il corpo non mi ingabbia, mi perdona per le mie dimenticanze, mi aspetta, è paziente.
Il cervello no. E’ una gabbia perfetta di equilibrio e buon senso, ma pur sempre una gabbia e io sono il criceto che arranca correndo sulla sua ruotina.

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6 risposte a "Two loops"

  1. Curioso come mescoli il pathos caotico del racconto della tua vita con riflessioni molto belle e profonde.
    Faccio un po’ fatica a leggere il tutto, ma quando arrivo alla perla di saggezza, la fatica è ben ripagata 😉

    Comunque, ecco qua il commento “vero” al post: i cicli sono inevitabili e sono talmente comodi, anche se non sempre piacevoli, perchè prevedibili; spesso non abbiamo la forza o il coraggio di rompere il ciclo per paura di un domani che non si conosce, paura di un salto nel vuoto di un “domani” incerto, insicuro, dove devi lottare per riconquistare il tuo giardino fiorito, forse addirittura più piacevole… o forse no. Hai mai pensato veramente di rompere il ciclo? Uno dei due almeno?

    1. So di essere estremamente caotica e so che per chiunque leggere ciò che scrivo è difficile perchè sperro manca il filo logico.
      Mi piace il tuo commento: una riflessione molto valida. E’ vero: i cicli sono monotoni ma nella loro prevedibilità ci sentiamo al sicuro. Ma cosa succede quando vorremmo rompere un ciclo e saremmo disposti a prenderne le conseguenze ma questo fa a pugni con la soddisfazione delle necessità primarie della vita? C’è una forte tirannia del buon senso e della necessità sull’istinto e sul desiderio di lasciarsi andare all’ignoto.
      Grazie della lettura

  2. Uscire dagli schemi, fare altro, vivere una vita diversa?
    Si può, ma è davvero molto difficile. E bisogna pur mangiare, intendo dire che è necessario trovare un modo alternativo per mantenersi.
    Io sono decisa a provarci…. e tu ci hai mai pensato?

    Buona serata
    Greta

    ps il verbo a me suona bene così.. 🙂

    1. Non voglio vivere una vita diversa, questa è stata clemente anche se non generosa, mi starebbe benissimo continuare a viverla ma con più istinto e più cuore e meno obblighi e catene. Io ci provo a vivere una vita che corrisponda di più alla persona che sono ma in certi ambiti mi sembra quasi impossibile: però combatto.
      Sempre bello leggerti.
      Buona serata a te

      PS Grazie per la rassicurazione sul verbo 🙂

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