Giusto per sgombrare il campo da equivoci: non mi sento migliore di nessuno

Di fondo sono pazza. Cioè non più di chiunque altro ma in sensi completamente miei. Però sono pazza. Da due giorni sto disegnando tabelle. Per lavoro. Non sono masochista da fingere di divertirmici. E, nonostante non riesca a venire a capo di molto, ci sto familiarizzando. Con le tabelle intendo. Parlo con loro. E il mio tono di voce è sempre più alto, sempre più spudorato. Non sono molto diverse dalle persone. Tu chiedi loro di fare una cosa e loro rimangono lì immobili. Finché non trovi il comando giusto. Anche con le persone è così. Solo che non si tratta di comandi ma di volontà al confronto. All’accettarsi reciprocamente. Le persone avrebbero il potenziale per venirti incontro. Ma ti vengono contro. O vanno nella direzione opposta. No: forse meglio avere a che fare con le tabelle. Almeno loro restano ferme. E mi chiedo quand’è che ho perso l’amore per il genere umano. Le ragioni le conosco. Sono banali, elencarle sarebbe un perdersi in ovvietà risapute. Non mi sento amata. Né capita. Nessuno di noi si sente amato, in fondo. Ci va sempre tutto troppo stretto. E ne soffriamo. Ma se non proviamo a rompere gli argini, allora non siamo davvero un fiume in piena. Comunque non ricordo quale sia stato il punto di rottura. La goccia che ha fatto traboccare il vaso. Quand’è che ho fatto calare il sipario del mio personale teatrino delle seconde possibilità? Quando ho scelto di percorrere l’allora poco allettante ma molto più incorrotto sentiero della solitudine? Sì perché si sceglie, almeno io ho avuto questo privilegio. E’ duro e a volte sembra totalmente privo di senso. Come abbandonare l’autostrada per lo sterrato. Magari il navigatore non segna il percorso che hai deciso di intraprendere, magari ti perdi. Ma c’è un bel silenzio e senza lampioni il cielo è più nero e le stelle più brillanti. E ci metti una vita ad arrivare a destinazione. Anche perché non conosci la destinazione. E poi realizzi che forse non ne esiste una, che il senso sta nell’andare. Sempre avanti, senza cartelli, senza indicazioni. Magari con mille intralci ma lungo un cammino che sicuramente è il tuo. Non un percorso default scandito dalle frecce del buon senso. Che sarà anche buono ma non sempre lo è per noi. E, persa (ma forse non poi così tanto) nella lontananza dal senso comune dell’agire e del vivere, ho dimenticato l’amore per gli altri. Senza premeditazione. Con si dimentica una cara vecchia foto che in fondo così importante non era mai stata. Però ho trovato me stessa. Per contrasto col vuoto intorno. E mi trovo ogni volta, ogni giorno. Un piccolo nucleo di emancipazione, uno scisma, un’autoproclamata indipendenza. Rescissa asetticamente da chi vuole essere amato ma non ama sé stesso, non avendo fiducia nella propria individualità. Nessuno che amasse sé stesso avrebbe bisogno di vincolarsi. Il rovescio soggiogante della medaglia dell’appartenenza. Incasellarsi in una definizione, in un gruppo, in un contesto. Crocifiggersi a regole esatte che definiscono entità precise. O sei come noi o sei fuori. Nessun margine di trattativa. E fuori non c’è nessuno. Devi fare i conti con te stesso. Con quello che sei e vorresti non essere. Con quello che ti manca. Con quello che, mescolandoti con la gente, hai sempre cercato di nascondere. E attraverso la gente di compensare. Ma se ti ritrovi intrappolato nella tua stessa gabbia, almeno sei tu a decidere le regole. Credi di essere solo la vittima ma sei anche il torturatore. E quando impari le catene si allentano. Si allenta il tuo appartenere ad un mondo di burattini che si tirano i fili a vicenda per essere certi che nessuno faccia un passo in più. Che nessuno sia mai veramente felice. Tutti mediamente dominati da ansie di incontrare l’altrui favore. Tutti mediamente candidati al suicidio per rubare qualche anarchica riga di gloria alla cronaca nera.

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11 risposte a "Giusto per sgombrare il campo da equivoci: non mi sento migliore di nessuno"

  1. Albert Camus scrisse, più o meno: “Non essere amati è solo sfortuna, non amare è sventura”. Mi è venuta in mente leggendo alcune tue frasi, specie “mi chiedo quand’è che ho perso l’amore per il genere umano. Le ragioni le conosco…” etc.

    1. Non è che non abbia in me l’amore come sentimento innato, è solo che non riesco a focalizzarlo sulle persone. A volte l’amore lo si mette in ciò che si fa, in ciò che si è o lo si tiene dentro in attesa di tempi migliori. Io sono così quindi credo sarei un pò sfuggente rispetto alla frase di Camus

      1. Lungi da me pensare che sei priva dell’amore come sentimento innato. 🙂
        Mi riferivo proprio al fatto che talvolta non si riescono più a estrinsecare certe emozioni, le si tengono dentro, e si passa dalla sfortuna (magari quella dell’innamorato/a non corrisposto) alla sventura di sentirsi, come dire, in apnea.
        A parte queste considerazioni, che certo riguardano più me che te, ti faccio i complimenti per il blog. Ho letto solo alcuni articoli, ma sento già di poterteli fare. Ciao.

        1. Sì a volte quando non si può/riesce a riversare il proprio amore sulle persone ci si sente in apnea, ma mmeglio così che sprecarlo su persone che non lo meritano. Lo so che non è molto carino, nè molto cristiano, ma è la mia opinione.
          Grazie per i complimenti riguardo al blog ma li sento molto immeritati 🙂

    1. Il post non so se è bello, l’ho riletto di sfuggita mi è sembrato supponente in alcuni punti, ma non voleva esserlo.
      Consonno mi ispira molto, anche se non ci sono mai stata. Avrei voluto, anche perchè chi l’ha vista me l’ha descritta nei modi più allucinanti.
      Grazie del passaggio

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