I Figli degli uomini

Sono in ospedale. Controlli di routine. E’ odioso essere malati cronici se si ha la fobia degli ospedali. Ogni volta i medici mi chiedono perché tremo così tanto. Ogni volta rispondo in modo evasivo. Non è che abbia problemi a dire la verità. E’ solo che non esce. E per far passare l’ansia e l’attesa penso. Penso a quanto è stupido avere paura. Non c’è pericolo che muoia. E comunque non ora, non per questo, non qui. Provo a defocalizzare. Penso a quanto sono belli questi nuovi dottori. Quelli che da qualche anno a questa parte hanno invaso il reparto in sostituzione delle vecchie carcasse. Però queste ultime mi mancano. Facevano parte dello scenario. E’ come tornare a casa e scoprire che qualcuno ha portato via un tavolino di cui non ti importava nulla. Però adesso noti la carenza. C’è un principio di disarmonia nell’insieme. Come se quel maledetto inutile tavolino fosse il perno su cui ruota l’equilibrio del tuo habitat. Ora irrimediabilmente perso. E io mi sento squilibrata con questi nuovi dottori. Sono così precisi. Sembrano usciti da un programma di generazione automatica. Figli di algoritmi. Sono tutti così puliti bianchi, candeggiati. Alti e sottili, sembrano giunchi. Pronti a spezzarsi al primo paziente lamentoso. Hanno dita lunghe e calligrafie minuscole, lettere piccole accartocciate su se stesse per occupare il minor spazio possibile. E non fare rumore. Non li vedo proprio a lavorare con malati terminali. Morirebbero prima loro. Di crepacuore. Sono belli, ma di una bellezza poco significativa. Capelli chiari, occhi acquosi, lineamenti in sordina. Portano occhiali piccolissimi con montature invisibili. Ti osservano e ti ascoltano come se fossero davvero interessati. Forse si illudono di esserlo davvero. Fanno tenerezza. Mi commuove quanto credano nel loro lavoro e mi chiedo quanto duri questo stato di grazia. Però non mi convincono. Non hanno spessore, sembrano eterei e con loro le loro parole, le prescrizioni, i dosaggi dei farmaci, le valutazioni sulle terapie. Li guardo e mi immagino che non siano nemmeno reali. Penso di essere morta e che questi non siano medici ma angeli. Come se stessi attraversando una fase antecedente. Senza consapevolezza della fine dell’olio nella mia lampada. E costoro i miei traghettatori incerti in direzione del meritato riposo. Paradisiaci ma con apparenza di umane occupazioni per non spaventare la mia fragile anima all’idea della morte. E’ esattamente questa la ragione per cui mi scompensa la dipartita dei loro predecessori. Quelli erano medici. Caotici, disordinati nell’aspetto, vecchi e simili a macellai. Ma molto più umani. Più simili a me. Figli della terra. Della mia stessa terra. Non davano rassicurazioni i vecchi medici. Era il loro atteggiamento ad essere rassicurante. La loro supponenza. Non ascoltavano, non lasciavano nemmeno che tu aprissi bocca. Guardavano i referti superficialmente e si limitavano a dichiarare che le tua preoccupazioni erano inutili. Che ancora non era tempo perché il becchino prendesse le misure per la buca in cui ti avrebbero sepolto. Non era divertente. Non per una permalosa nata come me. Ma mi ero abituata a loro. Li percepivo come entità forti, indiscusse, indiscutibili. Autorità assolute nel loro campo. E, pur in mia carenza totale di umanità, mi davano la certezza che anche io avrei potuto accedere alla loro professione. Se fosse stata una semplice questione di compassione. All’inizio ogni visita era una mezz’ora scarsa di massacro morale. Ma ne avevo bisogno. Del massacro. Per imparare a non piangermi addosso. Perché era inutile. E non avrebbe cambiato lo stato di fatto. Un insegnamento per la vita. Del resto ho imparato molto di più dai calci in faccia che dalle mani inguantate. Ed è anche per questo che i vecchi medici mi mancano. Mi manca quell’uscire da lì sollevata e serena. Certa di esserlo davvero. Al di fuori delle iniziali finzioni. Quella consapevolezza di aver imparato ad evitare l’ostacolo, a saltarlo, a raggirarlo, a non farmi scalfire. Ci ho messo anni. Ma nel loro ultimo periodo di gloria avevo imparato a farmeli scivolare addosso. Ma una prova in più dell’equilibrio raggiunto non guastava mai. Non mi hanno guarita, nessuno mi può guarire. Ma mi hanno insegnato la convivenza con i miei limiti. Tutti i miei limiti. E tutti quelli posti da ciò che mi circonda. E che si interpone tra me e il mio benessere. Loro malgrado mi hanno guidata in un luogo dove c’è equilibrio. E questi giovani medici esili e commossi? Certo: mi avrebbero riservato un trattamento più amichevole. Ma non mi avrebbero insegnato nulla.

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