Barcollo ma non mollo (E la cena di stasera la scrocco)

Non sono sparita nel nulla, anche se una vacanza in qualche paese nordafricano non la disdegnerei a priori (e nemmeno a posteriori, visto che adoro quelle zone). Semplicemente sono piuttosto acciaccata e questo mi fa mancare la voglia di focalizzare su qualsiasi cosa. Più volte, nei giorni scorsi, ho pensato che avrei scritto di questa e quell’altra cosa ma la salute traballante (nel vero senso del termine) non mi ha concesso di trovare concretamente l’ispirazione per mettere insieme un post.

Oggi non mi sento molto meglio e quindi avverto la gentile clientela che sarò estremamente lamentosa, cosa che non mi posso permettere né coi miei, che mi prenoterebbero un rosario infinito di controlli ospedalieri cui non avrei tempo di sottopormi, né con il Latitante, il quale parte costantemente dall’universale presupposto che lui stia sempre e comunque peggio di me, nonché di chiunque altro.

E qui entra in gioco la funzione catartica del blog: mi faccio un bel pianto condito da lamentazioni bibliche e parolacce sparse e magari la cervicale si dilegua miracolosamente. Ma in fondo credo che mi terrò le lacrime per eventi più significativi, come una macchia indelebile sui miei jeans preferiti, visto che esperienze di famiglia mi insegnano che non funziona così e, ancor peggio, mi mostrano, alla luce dei fatti, che la soluzione al problema non esiste in assoluto.

Mio padre iniziò a soffrire di cervicale alla mia età, oggi ha il doppio dei miei anni e il triplo dei miei dolori. In mezzo ci sono stati trattamenti fisioterapici, fisiatrici, agopuntura, pellegrinaggi a Lourdes, conversione al taoismo, applicazione di pomate e patch, rimedi della nonna, della zia, della vicina di casa, apposizione di pietre calde, fredde, magiche, benedette, voti alla Madonna e non saprei più che altro.

La verità è che la cervicale se ne fotte. Si istaura allegramente sulle tue vertebre e resiste allegramente a qualsiasi tentativo di sfratto. Se ne sta lì a titolo di residenza principale, a volte va in ferie e tu ti illudi di aver risolto. Poi ti alzi un mattino e la testa ti gira così tanto che è già un miracolo se riesci a trascinarti fino in bagno per evadere il bisogno fondamentale di fare pipì. E ti deprimi seduta sul cesso. Certo, potresti trascinare la tua triste consapevolezza di sconfitta anche altrove, ma per esperienza sai che è meglio che tu rimanga piantata lì onde evitare di sbattere per terra al primo passo che muovi.

Fatti due calcoli, se dovessi attenermi alle condizioni del mio collo ed alle loro penose conseguenze, lavorerei due giorni alla settimana. Per cui, salvo che gli attacchi siano particolarmente forti, ho imparato ad escogitare stratagemmi per trascinarmi all’Obitorio, camminando come una marionetta e sperando che i miracolosi fili della divina grazia mi tengano in equilibrio finché non trovo un muro a cui appoggiarmi.

La scena è pietosa, ma all’urlo di “barcollo ma non mollo” raggiungo il locus lavorativo dove, secondo i miei calcoli, mi aspetta una sedia su cui appoggiare il culo in attesa che la situazioni migliori. Normalmente il piano sarebbe perfetto: bastano due-tre ore e riesco a camminare e vedere come una persona normale, il che mi consente di tornare a casa un po’ sbattuta ma meno a papera di come ero partita.

Tuttavia interviene a giocarmi contro la variabile “CapoPalla”, il quale pur vedendomi arrivare con un passo che non potrei fare di peggio nemmeno se fossi totalmente ubriaca e su una scarpa tacco 15, mi commissiona immediatamente qualche attività che comporta che mi appenda a scimmia su qualche scaffale altissimo, onde rispolverare qualche atto risalente all’epoca delle Guerre Puniche.

Simili arrampicamenti mi fanno sentir male anche nei miei giorni migliori, vuoi perché la quantità di polvere là sopra sarebbe in grado di scatenare un attacco d’asma anche a chi non ha mai avuto il minimo problema respiratorio, vuoi perché, per quanto possa la sottoscritta essere abbastanza leggera, gli armadi su cui disinvoltamente mi tocca appendermi potrebbero essere messi in “crisi-rottura” da mezzo chilo di farina, figuriamoci da quaranta chili abbondanti di Prigioniera_del_Deserto…

Or dunque (bello questo termine… chissà se esiste) quando la cervicale mi fa ricordare di essere mia ospite fissa, oltre alle difficoltà classiche, si aggiungono nausea, vomito, instabilità e il temuto squadruplicamento della vista il quale determina che, in cima alla scaffalatura, io ci passi l’intera mattina, visto che le lettere volano in ordine variamente sovrapposto e mixato, per cui non sono in grado di leggere le intestazioni dei fascicoli e di capire se quello che ho tra le mani è il Sacro Graal oppure no.

Di solito trono dalla Caccia al Tesoro perdente, impolverata, distrutta, trascinandomi sulla ginocchia e strisciando contro le parenti (non necessariamente in quest’ordine), al che CapoPalla capisce che forse per quel giorno non è il caso di insistere e mi grazia con un “Però se lo segni e lo cerchi domani”.

Fin qui credo di aver fatto abbastanza schifo, però mentre scrivevo mi è venuto in mente che mio padre non ha mai tentato di guarire col Voodoo. Magari quando torno a casa provo a rubare una gallina al vicino e sgozzarla. Se va, va sennò ce la cuciniamo per cena.

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2 risposte a "Barcollo ma non mollo (E la cena di stasera la scrocco)"

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