Meccanismi inceppati: i valori aggiunti


Non ne farò i nomi, ma esistono poeti che, pur molto lodati e adorati da chiunque, suscitano la mia totale insofferenza. Non sopporto i loro componimenti, lagnosi e ripetitivi, odio sapere che qualsiasi tra i loro testi io scelga di leggere vi troverò sempre gli stessi concetti, le stesse immagini, a volte addirittura le stesse parole. Così scontate, così perfette per un diario da quindicenne e per qualche spot pubblicitario. Di alcuni di questi artisti i miei remoti studi o presenti racconti di estimatori mi ricordano che ebbero una vita travagliata e sofferta. E con questo?
 

Certo, rispetto il dolore che taluni esseri umani sono costretti ad affrontare durante la propria terrena esistenza. Ma il rispetto e la stima sono due concetti completamente diversi, il primo dovuto, la seconda no. E in me non è automatico che quest’ultima venga alimentata o generata dalle passate e presenti sventure. Anzi il meccanismo si dev’essere irreversibilmente inceppato quando avevo una quindicina d’anni scarsa.
 

All’epoca  conobbi una coetanea la cui esistenza era stata fin lì a dir poco catastrofica sul piano personale e famigliare. Diventammo amiche, o, per essere esatti, io diventai amica sua. Non saprei dire se e quali fossero allora i suoi sentimenti verso di me e sinceramente non ho nessun interesse né ad ipotizzare né ad avere certezze.

Nell’avvicinarmi a lei non fui animata da un senso di pietà, ma, avendo ancora l’occhio poco allenato sulla natura umana, la reputai una persona simpatica, insomma “una nelle mie corde”. Lo sarebbe stata anche se avesse avuto una vita felice.

Mi deluse, un incalcolabile numero di volte e io la perdonai, stupidamente convinta che, in ragione delle fortune che a me erano state concesse e a lei negate, meritasse maggiori possibilità di quante già all’epoca ritenevo legittimo riservare a chiunque.
 

Nel tempo, per circostanze non necessariamente legate alla mia volontà, il nostro rapporto continuò, fino ad interrompersi là dove la vita mi concesse finalmente di far a meno di lei. Gli otto anni di frequentazione furono comunque un bene perché mi consentirono di acquisire un concetto fondamentale nel mio rapportarmi ai miei simili, ovvero la totale assenza di legame tra la sofferenza e la sfortuna da un lato e la bontà e la bravura dall’altro.
 

Attraverso cotali esperienze, nonché altre analoghe (ho sempre avuto bisogno delle ripetizioni per assimilare i concetti)  sono entrata nella poco amata e minoritaria scuola di pensiero che non giudica l’individuo sulla base di ciò che ha patito, ma in relazione a ciò che è, senza considerare la sofferenza un valore aggiunto. Nemmeno se è tanta.
 

A questo punto verrebbe da chiedersi il motivo di questo post. Per lo meno, io me lo chiedo. E sinceramente una risposta non l’avrei.

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9 risposte a "Meccanismi inceppati: i valori aggiunti"

  1. La sofferenza, anche se grande, non può essere una giustificazione a comportamenti scorretti e cattivi.
    Avevo una collega (stessa scrivania per dieci anni), con la quale ho vissuto qualcosa di simile, credo, alla tua esperienza. C’è stato un lungo periodo in cui mi ostinavo a vedere solo le sue (poche -ormai posso diro!-) qualità. E la consideravo un’amica.
    Le perdonavo ogni bassezza, dicendomi ogni volta: ‘Lei è fatta così, porta pazienza, sai bene cosa ha passato..’
    Ci ho messo un bel po’ di anni per arrivare alla tua stessa conclusione.

    A presto
    Greta

    1. Mi dispiace di sapere che anche altre persone hanno avuto un’esperienza come la mia perchè è stata davvero poco piacevole. Io all’epoca ero molto giovane e certe cose le dovevo ancora capire. Ora di lei non mi importa più nulla ma so di aver creduto in un’amicizia che non esisteva e un pò di amarezza resta.
      Divertiti ciao ciao

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