L’arrivo degli operai: ristrutturazioni ed altre cause di psicosi isterica

Ho scoperto di non avere nemmeno mezzo cromosoma giapponese (non che avessi sospetti al riguardo), ovvero, a differenza di questa popolazione estremo asiatica che vive felicemente compressa in 1 mtq per 600 abitanti, io credo di necessitare un spazio individuale di almeno dieci metri di distanza dal soggetto umano più vicino a me. Sebbene la spacci come una new entry nella mia consapevolezza di chi sono e cosa voglio, non si tratta in realtà di qualcosa di inedito, bensì di un concetto già acquisito da tempo ma diventato lampante in questi giorni in cui, attorno al mio palazzo, stanno montando una gabbia, leggasi ponteggio, per effettuare alcune sistemazioni di facciate e terrazzi.
Il fatto di avere questi operai che camminano intorno alle mie finestre mi sta riducendo in uno stato di nervosismo ingiustificato e mal represso e mi chiedo come si sia evoluta in me questa intolleranza così radicale.

Premesso che non ho mai amato la folla, una decina di anni fa vivevo in una città immensa e sovrappopolata, viaggiavo su metropolitane strapiene, lottavo per non essere calpestata mentre camminavo per strada. Nemmeno allora la sovrabbondanza di esseri umani in spazi limitati mi riempiva di felicità, ma riuscivo ad arrivare a fine giornata senza che l’elemento “sovraesposizione a stretto ed indesiderato contatto” mi soffocasse l’anima, mi sentivo intatta rispetto a tanto sgomitare ovunque andassi ed in qualsiasi ora del giorno. Di notte era un po’ meglio, ma la notte è sempre un’altra cosa in qualsiasi parte del mondo.

Poi sono tornata a Inculopoli e ci ho messo due anni per accettare di essere di nuovo in un posto così bucolico che la sera, se stai sul balcone, senti il suono del nulla, il vuoto, il silenzio totale. Dopo un po’ ci si fa l’abitudine, ma a me all’inizio veniva spontaneo canticchiare, giusto per assicurarmi che il mio udito non mi avesse abbandonata.

In seguito gli spazi vuoti, la distanza fisica tra me e gli sconosciuti, il silenzio, la sovrabbondanza di spazi mentali indisturbati, l’idea che anche se apro le finestre nessuno mi vedrà all’interno del mio appartamento mi sono diventati amici e compagni.
Ho iniziato ad apprezzare certe forme di libertà, magari insulse, come spogliarsi senza che le tende siano necessariamente chiuse o perdersi in ore di elucubrazioni mentali, non intaccate da nessuno che ti spinga, ti stia addosso e ti costringa ad abbandonare i tuoi pensieri per concentrarti su come evitare quell’indesiderato contatto fisico.

Insomma mi hanno concesso di conoscere gli aspetti più splendidi dell’isolamento dei piccoli paesi dimenticati da dio e adesso me li vedo sottratti di colpo e sto penando all’idea di qualcuno che lavora a ridosso delle mie pareti esterne, qualcuno che se sto in cucina sta proprio lì fuori al punto che, se da un lato vorrei ucciderlo per violazione della privacy, dall’altro mi sento maleducata a non offrirgli un caffè.

I lavori sono appena iniziati, il che mi fa pensare di avere i nervi fin troppo sensibili. Non so per quanto questa cosa dovrà andare avanti e nemmeno lo voglio sapere perché anche se mi dicessero che si tratta di una questione di pochi giorni, per me sarebbe comunque troppo.

Sono nervosa al punto che sarei persino disposta a rimanere all’Obitorio per qualche ora in più se non fosse che, col poco lavoro che gira ultimamente, faccio fatica a tenermi occupata durante il mio orario standard, per cui mi sarebbe difficile sia motivare l’extra sia soprattutto sostenerlo psicologicamente.

L’unica altra alternativa al delirio sarebbe quella di andare a Mikropoli e restarci per l’orario intercorrente tra la fine della mia giornata lavorativa ed il termine di quella degli operai che lavorano fuori dalle mie finestre, il che consisterebbe in circa tre ore, tempo sufficiente ad evaporare la sottoscritta, rendendola un unicum con l’umidità al 200%, non prima ovviamente di averle concesso di realizzare un danno erariale mediante shopping ossessivo-compulsivo. E a me fare shopping nemmeno piace…

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2 risposte a "L’arrivo degli operai: ristrutturazioni ed altre cause di psicosi isterica"

  1. Anch’io abito in un posto bucolico, non per mia scelta, e quando vedo delle anime “umano” qui in giro tiro un sospiro di sollievo perchè capisco che il mondo non è ancora stato eliminato. Io non temo spazi stretti o intrusioni nella mia vita e le case grandi mi mettono tristezza se non sono abitate da molte altre persone oltre a me. A me manca molto la presenza umana e non mi abituerò mai a questa solitudine forzata, in questo paese di morti, e sogno di tornare presto in città perchè lì c’è gente e mi piace stare con le persone, in buona compagnia. Certo ogni tanto stare in mezzo al verde, dentro un bosco, sì, mi piace, ma io sono un terribile animale da branco e non amo la solitudine.

    1. Beh il nostro modo di vederla su questo punto è un pò diverso. Nemmeno io sono una particolare estimatrice dell’ambiente bucolico in cui vivo, però non sono affatto un animale da branco, necessito di spazi interamente miei, della certezza di poter tornare a casa la sera, chiudere la porta alle spalle e lasciare tutto il mondo fuori. Il che non significa che non apprezzi la compagnia delle persone, ma vorrei poter scegliere coloro con cui condividere la mia vita ed i tempi e i modi dello stare insieme

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