Muri, gabbie ed istinto di autoconservazione (Perchè a volte essere “dentro” mi fa sentire più “forte”)

Oggi mi sento nervosa come una cagna idrofoba. I miei problemi di cervicale, ammesso che di cervicale si tratti, sembrano essere tornati e sinceramente non so cosa mi renda così masochista da scrivere questo post, visto che non riesco nemmeno a guardare lo schermo per il tanto che le righe si intrecciano l’una con l’altra.

Probabilmente scrivo qui per evitare di lamentarmi con chi mi circonda, cosa che comunque non faccio quasi mai, e soprattutto per cercare di non scagliarmi come una furia su chiunque osi alzare la voce, contraddirmi o anche solo rivolgermi la parola. Essere diplomatica mi è estremamente difficile quando la salute non collabora

Forse avrei bisogno di piangere, non per un preciso motivo, ma ne sento una sorta di necessità. Ma non sono brava a piangere. Sono arrivata ad un certo punto della mia vita in cui il dotto lacrimale si è ostruito e non sono più in grado di lasciarmi andare senza precisi motivi. Non ho mai sottoposto il pianto ad un criterio di razionalità espressiva, semplicemente credo di aver “capito” ad un livello molto istintivo che troppe lacrime deprivano la reazione della forza del suo significato.

E mi chiedo: da quanto tempo non piango più? In realtà so esattamente quando mi è successo per l’ultima volta. Fu in occasione di una morte. Brutto a dirsi, non piangevo per la persona deceduta, bensì per un suo stretto famigliare. Ricordo che nel nostro dialogo c’era, da parte mia, una sorta di “punto di rottura” che coincideva con il mio pensare al forte sentimento che era intercorso tra quelle due persone.

E’ stupido, in un certo senso, cadere sul positivo, sullo scontato, su ciò che conforta e rassicura. Su un amore corrisposto, su un film che va finire bene, su un biglietto di buon compleanno. Nella mia vita credo di aver pianto molto più in relazione a situazioni dal retrogusto sereno. Forse perché quando ai calci in faccia ci si fa l’abitudine, e io ce l’ho fatta presto, bontà e sensibilità diventano qualcosa che non ti aspetti e automaticamente ti commuovono, anche nelle loro forme più piccole e quasi doverose.

Quando una persona dimostra di essere animata da alcunché di comprensivo nei miei confronti, non abbasso la guardia, ma non posso fare a meno di mettere quell’atteggiamento nei punti a suo favore. Una mano tesa difficilmente l’afferro, ma la noto sempre. E talvolta ne sono persino commossa.

Nel pianto non ho mai sfogato la rabbia e il marcio. Non ne sono in grado, ho raggiunto, quando ero poco più che una bambina, una forte consapevolezza che un fiume di lacrime non si sarebbe portato via i miei problemi ed ho sviluppato un atteggiamento reattivo, che escludeva le lacrime.

Sospetto che si tratti di una modalità di reazione vagamente cinica.
Ma tutti abbiamo bisogno di muri e trincee, perché l’essere umano è fondamentalmente cattivo e per una volta in cui qualcuno ci aiuterà, cento volte qualcun altro tenterà di farci cadere e ci riuscirà tanto più frequentemente quanto più le nostre difese saranno abbassate.

Ovvio che mi rendo conto che la mia è un’opinione altamente attaccabile e ancor più confutabile sul piano logico, infatti non pretendo che nessuno mi legga e meno che mai si prenda appunti su come vivere a partire dal un mucchio di parole buttate a flusso in un post.
Penso solo che la vita abbia livelli che vanno oltre la logicità e questi sono totalmente personali ed individuali. Ci sono aspetti emotivi e i miei, disgraziatamente, sono molto ben sviluppati. Un background emotivamente difficile e molto traballante richiede risposte e difese.

Sono un animale prima di tutto e il mio istinto mi chiama, alla luce delle mie personali ed opinabili esperienze di vita, a preservare me stessa, a fare distinzioni nette tra ciò che è necessario e ciò che è accessorio, a buttarmi col paracadute, perché per quanto lanciarsi nel vuoto senza protezioni possa essere estremamente adrenalinico e farci sentire liberi, tutti coloro che il paracadute non l’hanno usato hanno sempre fatto una brutta fine.

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