Dopo tanto tempo non ho ancora lezioni di vita da darti, ma forse…

Stranamente sei riaffiorato in superficie dalle profondità dei ricordi, senza nessun motivo particolare, senza suscitare in me alcuna emozione specifica, o meglio, alcuna emozione affatto.

Pensare a te è come guardare un filmino di un passato talmente remoto che fatichi a renderti conto di aver davvero vissuto. E mi sento una pianta nata da radici che avrebbero lasciato sospettare l’evoluzione di un albero del tutto diverso. Rapportata a te oggi sono una mutazione genetica e non potrei esserne più sollevata.

Forse anche tu hai a che vedere con la mia essenza attuale, riconosco il valore del tuo passaggio nella mia vita. Mi hai insegnato cosa non sono e cosa non voglio. I sentimenti? Credo di averne provati di ogni genere nei tuoi confronti, ma quella ero io, non aveva nulla a che vedere con te se non in modo del tutto riflesso perché tu concretamente non hai mai saputo regalarmi un’emozione se non in circostanze del tutto accidentali o attraverso iperboli malate di un cuore, il mio, ancora troppo acerbo per sapersi bilanciare tra il desiderio e la realtà.

Ricordo un corpo pieno di tracce, non ho mai conosciuto nessuno la cui pelle parlasse così tanto. Nulla era voluto, cercato, eppure nulla era casuale. Tatuaggi e silenzi, alcool e lividi e frasi sfuggenti, come “Credi che come vivo non determini delle conseguenze?”. No, non lo credevo, non l’ho creduto mai. Il mio era l’errore ingenuo di chi pensa che l’amore possa salvare. Invece nella vita ci si salva da soli, l’amore non c’entra. A denti stretti, affondando le unghie, con determinazione ed attributi che tu non hai mai avuto.
E’ più semplice seguire l’onda vero? E le mie ultime e non troppo recenti notizie sul tuo conto mi dicono che l’hai fatto e, girando nel tuo piccolo mondo, hai perso l’asse di rotazione e sei finito alla deriva. Nulla di tutto questo mi stupisce, forse un po’ di dispiacere, ma nessuna sorpresa.

Ricordo il giorno che sono partita, avevo una valigia pesantissima eppure fin troppo leggera per vissuto di quegli anni. Alla Junction c’era una scalinata che non avrei saputo come salire, mi aiutò un uomo sulla trentina, anima pia che nel salutarmi mi augurò buona fortuna: non sapeva quanto ne avrei avuto bisogno, non lo sapevo nemmeno io.

E tu dov’eri? Tu che solo poche ore prima mi avevi giurato futuro e certezze? Ma in fondo non ci sei mai stato: partenze, arrivi, problemi, decisioni, c’ero io ed ero sola.
Tu c’eri per scopare nei posti più assurdi, per cenare con gli avanzi. Mi rollavi le canne e poi mi portavi all’Imperial War a farmi viaggi inimmaginabili sulla decodificazione dei codici cifrati delle SS.
Era divertente, è qualcosa che ancora mi fa sorridere, ma non è importante, non lo è mai stato. Certe cose uniscono nell’istante in cui si vivono, ma sono estremamente labili. E io non sono mai stata nulla con te più di quanto non sia stata con chiunque altro in quegli anni. Aneddoti, volti, risate, lacrime e tante persone, ogni volta una diversa.
Eppure a te ti sentivo più fortemente, ti volevo più fortemente, forse proprio perché sapevo che non ti avrei avuto o che non avrei dovuto.

Sorrido di tanta stupidità, a volte persino un po’ mi spavento se penso a come sarebbero andate le cose se fossi rimasta lì. Tu saresti tornato, l’hai sempre fatto, l’avresti sempre fatto, come l’onda che s’infrange sullo scoglio e lo fa sentire vivo, gli dà sale, gli dà movimento ma poi inesorabilmente si ritira verso l’orizzonte.
Ma non credo di essere nata roccia: non né la solidità e fortunatamente nemmeno la staticità.

E nemmeno sono ciclica come lo eri tu: sempre da una parte all’altra di quell’immensa città, quante donne, quanti amici, quante feste, quanta droga, ma in fondo eri un criceto sulla sua ruota. Saresti crollato per l’ennesima volta sul pavimento della mia cucina dopo non aver dormito per tre giorni.
Avevi segregato anche me a girare in quel cerchio senza sbocchi, perché eri dannato ed ai miei occhi anche bello, perché avevi fascino, perché sapevi salvarti all’angolo con la frase giusta al momento giusto e soprattutto perché io a te ho tenuto davvero a prescindere da ciò che vedevo quando ti guardavo.

Però l’amore è un’altra cosa e io mi sono stancata, di intenerirmi, di sentirti indifeso dietro a tutte quelle barriere, di raccoglierti a ogni caduta pensando che tra di noi ci fosse qualcosa di importante solo perché tu riparavi sempre tra le mie braccia.
Com’ero piccola in ogni senso allora, mi viene da ridere adesso. E non riesco a provare per te assolutamente nulla. La guerra è finita e io stranamente sono ancora viva e voglio vivere, essendo artefice della mia felicità e delle mie sfortune, senza mai più aspettare al varco come facevo con te, come più sottilmente facevi anche tu.

E tu che farai? Starai ancora girando sulla tua giostra degli sballi chimici o il tuo giro è già finito? Comunque sia e ovunque tu sia, impara a volare e poi vento sotto le ali.

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3 risposte a "Dopo tanto tempo non ho ancora lezioni di vita da darti, ma forse…"

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