Penelope e il miraggio

E’ metà mattina e ricevo un sms dal Latitante. Orario insolito per i suoi canoni, Ma poi leggo e capisco: ennesimo allarme bomba che ha rallentato la sua giornata lavorativa. Normalmente sarebbe andato con i colleghi a bere un caffè, in attesa che la situazione rientrasse. Oggi invece no: mi manda un messaggio per dirmi che gli manco e a me, che lo conosco direi meglio di chiunque altro al mondo, bastano quelle due parole per capire che stavolta non è una carineria, ma qualcosa di vero e di bruciante.

Forse non si tratta solamente di conoscere l’altro ma dell’esserci passati, dell’esserci dentro tutt’ora, del conoscere quella sensazione che sembra dileguarsi nel nulla e poi ti colpisce alle spalle quando meno te l’aspetti.

Nei rapporti come il nostro, l’assenza della controparte è un concetto di premessa, qualcosa che accetti con la relazione stessa e che sai la caratterizzerà in modo costante per un significativo periodo di tempo. Eppure essere consapevoli di qualcosa a livello razionale è ben diverso dal sentirlo emotivamente.

Inizialmente, data l’esiguità del vissuto comune, percepisci la lontananza come se fosse un elemento portante di un’interpretazione artistica. Non sei in grado di concepire te stesso come realmente coinvolto in una relazione, ma ti vedi piuttosto come qualcuno che stia recitando un ruolo, un attore che si sia calato tanto a fondo nella propria parte da faticare a distinguere se stesso dal personaggio che interpreta. E ti trovi a chiederti se ciò che stai vivendo sia reale o se sia frutto del tuo desiderio proiettato su una persona che, pur esistente, forse non fa parte della tua esistenza, per lo meno non ad un livello così intimo.

Nella distanza il tempo ha un ruolo inesorabile: ciò che non distrugge lo rafforza. Non esistono le misure intermedie in cui si sta insieme per sesso, bisogno pratico o paura della solitudine: non avrebbero senso perché un rapporto del genere non può soddisfare nessuna di queste necessità.

La scelta più comunemente dettata dal tempo è la fuga, che, viste le circostanze, sembrerebbe piuttosto sensata e destinata, di fronte alla ragione, a far cadere ogni forma di rancore, relegando il rapporto alla voce “cose che sarebbero state belle ma che erano impossibili da realizzarsi”.

La scelta meno comune invece è l’attesa che le rispettive vite possano essere sistemate in modo tale da consentire l’avvicinamento. Aspettare qualcosa, qualcuno, sopravvivere in stand by diventa, col trascorrere di ulteriore tempo, la peggiore delle maledizioni: sei consapevole di tenere ad una persona e di amarla al punto da voler attraversare questo deserto di solitudine, dubbi e paure, ma sei umano e migliaia di volte, di fronte ad una coppia che cammina per strada tenendosi per mano, vorresti mollare tutto e rimpiegare su qualcosa di più semplice.

Poi però pensi alla parola “ripiego”, capisci che non è fluita nel tuo cervello in modo casuale, ma miratamente al far emergere il tuo istinto emotivo che ti dice che ogni diversa soluzione sarebbe inferiore, che passeresti tutta la vita pensando a lui, a come sarebbe stata se tu avessi avuto la forza di aspettare (conosco persone che a distanza di venti, trent’anni ancora si pongono questa domanda).

E di forza ce ne vuole parecchia, perché, se da una parte a volte sembra che il subentrare dell’abitudine all’assenza ti lasci respirare un po’, dall’altra ci sono delle mattine in cui ti svegli e, senza una precisa ragione e senza il minimo preavviso, senti che moriresti per un abbraccio. A poco serve una voce attraverso il telefono: vuoi quella persona nello stesso istante e nello stesso posto in cui sei tu, senti un tarlo che ti rode l’anima e a nulla vale ripeterti che presto sarete insieme.
E’ quel “qui ed adesso” negato che ti pugnala alle spalle e nemmeno l’altro, che come te l’ha vissuto e lo rivivrà, non può fare nulla per bloccare la rabbia che ti sale.

Forse il metro dell’amore in rapporto a distanza è proprio questo: il sentirsi arrabbiati, l’odiare il tuo compagno perché non c’è, perché vive a duemila km da dove sei tu, perché quella strada vi confina in realtà diverse ed impellenti che ogni giorno vanno gestite e risolte, lontano dall’altro, assente dal suo mondo.

E quella distanza, protratta lungo una linea temporale di cui ti sfugge la fine, ti obbliga a sentire una mancanza canaglia che, nel suo essere intermittente, diventa come una malattia inguaribile, cui i farmaci possono dare sollievo ma non rimedio.

E’ come avere nel cuore una bestia feroce che spesso credi di essere riuscito a domare ma che ancora e sempre sarà in grado di sorprenderti azzannandoti alle spalle e lasciandoti a terra tramortito a contare i nanosecondi mancanti al traguardo, che come un miraggio vedi costantemente davanti ai tuoi occhi, eppure sempre troppo lontano per essere raggiunto.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...