Scrivere: perchè?

Nel mio ultimo post, mi ero ripromessa che non avrei postato nulla almeno per qualche giorno, onde sedare la follia grafomane che mi caratterizza in quest’ultimo periodo e che non mi consente di essere particolarmente sensata né tantomeno significativa nemmeno per me stessa.

Tuttavia, pensando a questo picco di scrittura compulsiva-ossessiva, realizzo di trovarlo molto in linea con la mia ben poco lineare personalità, per cui ho deciso di lasciarlo scorrere fino a naturale esaurimento, a prescindere dai contenuti e da quanto o cosa gli stessi possano rappresentare per me o per chiunque altro.

Sono e sono sempre stata una persona dalle grandi e fugaci intensità e passioni e spesso le ho legate alle piccole cose, non per il bisogno di doversi accontentare, bensì per scelta totalmente istintiva. Guardando la mia vita a ritroso, posso individuare svariate situazioni e frangenti in cui mi sono fortemente legata a qualcosa, per poi abbandonarlo del tutto senza il minimo preavviso o vedere il mio interesse decrescere in modo esponenziale, senza fare nulla per invertire tale tendenza.

Per estensione del mio carattere ad ogni aspetto della vita, credo che questa vena un po’ avariata trovi abbondante applicazione anche nel mio rapporto con gli altri. Sono capace di amori intensi, folli e parecchio viscerali, in ogni senso e direzione cui il concetto “amore” è applicabile, e poi di distacchi netti o graduali ma definitivi.

Mi capita di sentire il bisogno di buttare tutto alle spalle per respirare continuamente aria nuova, più rarefatta, più pulita e scevra da qualsiasi obbligo relazionale. Nella logica comune, una relazione che si stia esaurendo per naturale entropia va salvata in nome dei passati fasti, anche se se non dà più nulla, anche è diventata un guscio vuoto ed inutile. Nella mia logica no.

Amo le definizioni esatte, le coltivo col timore reverenziale di chi maneggi un diamante preziosissimo ed altrettanto affilato e pronto ad uccidere con un semplice sfioramento. Adoro la precisione terminologica anche se a volte mi spaventa ed altre volte ne esco dura e cinica.

Chiamo l’amore col suo nome e provo a non averne paura, per quanti i dolori che mi ha regalato e che continua ad elargirmi generosamente. E lo chiamo col suo nome fino alla fine, fin quando vive, finché c’è qualcosa di pulsante che mi spinge ad andare avanti. Tuttavia, altrettanto alterna tra il timore ed il desiderio di non mentirmi, definisco l’indifferenza, l’insofferenza, il senso di soffocamento e la morte con gli esatti termini che si meritano ed agisco in conseguenza a ciò che vedo e che incasello in una parola che di scampo non ne lascia a nessuno.

Tornando a ciò che volevo significare con questo post, quando la scrittura diventerà noia o obbligo, sarà giunto per me il momento di intraprendere altre strade, ma finché sentirò la necessità di buttare righe su righe di pensieri quotidiani, magari nemmeno troppo significativi, finché sentirò passione in questo, continuerò a farlo, seppure in una modalità totalmente schizofrenica.

A volte quando mi appassiono a qualcosa mi sento come se amassi un uomo alla follia e come se in realtà non mi importasse nulla di essere ricambiata, vedendo nella mia personale passione lo scopo dell’amore, quasi che l’intensità smodata del sentimento fosse il traguardo e il raggiungere l’altro, l’essere in qualche modo significativa per lui, fosse del tutto secondario.

Anche nel mio scrivere attuale mi sento così: voglio solo dire tutto, confessare a me stessa, mentre non vivo un periodo emotivamente molto intenso, ogni mio singolo pensiero, anche il più stupido, il più insignificante, anche le riflessioni “da mascara”.

Provo un particolare coinvolgimento nell’appuntarmi gli istanti destinati a passare, le cose che in tre giorni avrei dimenticato se non le avessi scritte. Razionalmente non vedo né il senso né la necessità di tutto questo, ma emotivamente sento il bisogno di continuare, soprattutto per non pormi alcun limite legato all’importanza ed al significato delle parole e dei concetti, per essere libera e respirare quel poco ossigeno che strappo agli istanti e che, nonostante tutto, riesce a farmi sentire viva.

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