L’arte del compromesso tra egocentrici

Venerdì (ieri)

Nel mio ufficio è in corso una pacata conversazione tra me, la Cornificans e il Comandante Stordito (altra colonna portante della fauna dell’Obitorio di cui prima o poi avrò modo di approfondire la trattazione).

Il volume fa concorrenza ad una sirena antiaerea, la frequenza delle parole lascerebbe di stucco la distanza tra i colpi di una raffica di mitra, la sovrapposizione vocale è perfetta, quasi ce la fossimo studiata per l’occasione.

La modalità gestuale lascia presumere che stiamo tutti e tre coi coltelli dietro alla schiena, trattenendoci solo in nome del fatto che, se per disgrazia dovessimo uscire vincitori e sopravvissuti, ci toccherebbe assumerci in carico anche il lavoro delle nostre vittime, dato l’inderogabile blocco delle assunzioni.

Mentre l’amabile dialogo continua (e saranno già dieci minuti, durante i quali io non ho capito una sola parola di ciò che dicono gli altri, né riesco a dare un senso preciso a ciò che ho detto io), nel corridoio, buio perché i grandi capi hanno deciso che la nostra bolletta della corrente sta lievitando un po’ troppo, imponendoci così il ritorno alle lampade a petrolio, noto una figura che si avvicina timidamente.

Il soggetto in questione sembra aver bisogno di un incoraggiamento per completare il suo percorso fino a raggiungerci, così, senza smettere di partecipare alla costruttiva conversazione in corso, gli faccio cenno con la mano di avvicinarsi.

L’omino entra tenendo tra le braccia un considerevole plico di fogli che deve consegnare, gli prendo tutto dalle mani, timbro e restituisco un foglio di ricevuta. Percependo in me una certa fretta, mi dice “Non volevo disturbare” “No, no siamo qui per questo” (frase standard rodata in anni di lavoro qui dentro: è educata ma non convincente, esattamente come dev’essere), e lui “E poi sa, temevo di beccarmi una badilata in testa”, “Solo una?” penso, ma gli rispondo “Non si preoccupi: è solo un amichevole scambio di idee”.

Ora: il motivo per cui scrivo tutto questo è che spesso, leggendo i post che trovo qui, mi viene da pensare che le persone siano troppo self focused, tanto da non lasciare particolare spazio a commenti, che entrerebbero inevitabilmente in giudizi troppo personali perché possano essere resi da un semplice occasionale e sconosciuto lettore.

Precisiamo: anche io faccio parte di coloro che scrivono focalizzando molto su sé stessi e la mia motivazione è che sono egocentrica e non riuscirei a fare di meglio. Questo non mi giustifica in nulla, tuttavia, fin che si tratta di un blog, la cosa può essere comprensibile. Per me lo è, nella misura in cui io scrivo per me stessa e non per gli altri, pur facendomi piacere se a qualcuno va di interagire, commentando ciò che scrivo.

Ciò nondimeno (e qui ritorno alla scena iniziale) è preoccupante vedere come l’egocentrismo imperi anche nel mondo reale, portando le persone a contendersi il ruolo da protagonista invece che a creare un rapporto di confronto costruttivo con gli altri, che presuppone anche una fase di ascolto di opinioni magari totalmente divergenti dalla nostra.

La cosa peggiore è che questo desiderio di prevalere sempre e comunque si manifesta anche in discussioni di importanza decisamente minore, come quella che ho avuto ieri con i miei colleghi.

Comunque noi alla fine abbiamo trovato un compromesso, il più semplice immaginabile: abbiamo scaricato ogni responsabilità su un quarto assente, condannato in contumacia e con l’aggravante di averci fatto perdere mezz’ora prima che capissimo che tutti e tre stavamo dicendo la stessa cosa.

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