Pensieri periterremotati di una mente franosa

Questo terremoto, che dalle mie parti ha fatto giusto sentire qualche lieve oscillazione (e alla fine ce l’ho fatta persino io, distratta per natura, a rendermene conto), mi ha riportato alla mente un libro che lessi molto tempo fa. Era la storia di un ragazzo che viveva in una grande città, credo fosse Parigi, in cui improvvisamente nella terra si aprivano delle voragini, capaci di risucchiare persone e cose, che non potevano più essere recuperate, vista la profondità delle fratture. Il protagonista, progressivamente sempre più angosciato dall’idea di finire vittima di un cedimento del fragile guscio terrestre, decideva di trasferirsi in campagna a vivere con la sorella.

Non so come finisse il libro anche se, vista la brevità dello stesso, presumo di averlo letto tutto. Forse le voragini raggiungevano anche quelle zone e divoravano la sorella o, più presumibilmente, il cognato. Ma non vorrei inventarmi l’epilogo, perché, -si sa- iniziare a scrivere non è poi così difficile ma trovare un finale plausibile e geniale è complicatissimo e non vorrei che l’autore, dopo tutto lo sforzo, vedendosi scardinato dalle mie idiozie, venisse a cercarmi per farmi nera di botte.

Comunque: sento il Latitante che ha parenti vari in zona periterremotata. Lui, che abitualmente tanto li adora, sembra in mood “chi se ne sbatte” e si limita ad assicurarmi che la loro casa è ultra antisismica.

Provo a fargli il ragionamento per cui potrebbero essere usciti ed essere finiti sotto i calcinacci di un qualche edificio, costruito con minori criteri di resistenza e, dopo sei volte che mi ripeto, sembra riuscire a sintonizzare le sue frequenze cerebrali sulla mia voce e riconosce che potrei anche avere una qualche forma di ragione. Il tutto è ovviamente il forse, perché, se non l’ha pensato lui per primo, dev’esserci qualcosa che non quadra e, come maggiore lucidità, mi avrebbe confutata alla morte.

Non sembra essere serata tra me e lui, non lo è mai ultimamente. Paradossalmente ho alcuni contatti interdettiani, di cui nemmeno ricordo il nome, coi quali nelle ultime settimane ho comunicato in modo molto più significativo che con l’ “eternamente futuro uomo con cui vivrò”.

La circostanza è piuttosto grave, visto che, data la mia natura diffidente, non mi capita spesso di sviluppare contatti stabili con persone sconosciute, poiché che in passato, da questa pratica ormai molto comune, sono nati rapporti di amicizia nel mondo reale con soggetti rivelatisi in seguito infami (oddio, magari il termine è un po’ pesante, ma è stato il primo a cui ho pensato e una ragione ci dovrà pur essere…)

Come sempre ho completamente perso il focus del post: avrei voluto raccontare delle reazioni di Cornificans al terremoto di ieri, ma “Ho perso le parole eppure ce le avevo qua un attimo fa” o peggio: temo di non avere un cervello parametrato per funzionare in modo regolare. Sarò caduta da piccola, anzi sono caduta da grande e se penso alla botta ancora mi vengono i brividi (ma ne riparleremo).

Del resto proprio stamattina un collega mi diceva: “Ti ho vista per strada e ti avrei dato un passaggio in moto, ma non avevo un casco per te e temevo che tu potessi cadere e battere la testa. Di sicuro non sarebbe stata la prima volta” Gli rispondo “Quest’ultima parte stavo per dirla io” Ed era assolutamente vero: ho sprecato il mio lato permaloso tra i cinque e i quindici anni e adesso me la rido alla grande, visto che, alla fine, di cose per cui piangere ne ho già abbastanza su altri versanti.

Tornando a Ligabue: i miei unici rapporti con lui sono legati al fatto che fosse il cantante unico e ufficiale del Caro Estinto. Una volta, mentre stavamo in macchina, fermi ad un semaforo e correva in sottofondo l’ennesimo dei suoi ricicli amorosi stile “Ti voglio – Ti amo ma non abbiamo speranze -.Ti ho persa ma ancora ti penso”, il Caro Estinto si azzardò a mettermi la mano tra le cosce.

Pensai che si fosse miracolosamente svegliato dalla sua letargia sessuale e per poco non mi venne un colpo, ma dovette trattarsi solo di un riflesso condizionato dalla musica, perché, non appena scattò il verde, tornò in sé, battendo in ritirata definitiva e mai più un simile vergognoso episodio si verificò per tutta l’epoca (fortunatamente breve) della nostra frequentazione.

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