Il Caro Estinto (Nella vita c’è di peggio)

No non mi sono ancora decisa ad abbandonare questo blog. Oddio da raccontare non c’è moltissimo e la tentazione sarebbe forte ma stanotte ho sognato il Caro Estinto e stranamente la sua apparizione è stata come una luce nel buio profondo di queste narrazioni telematiche.

In altre parole, mi è venuto in mente che potrei scrivere qualcosa sul suo conto. Premettiamo che non si merita gran che e che non c’è molto da dire, ma, non essendoci finita ai coltelli ed avendolo visto nel sonno, voglio considerare la circostanza onirica come un segno premonitore o meglio ammonitore circa il mio non aver mai fatto menzione della sua persona (e non solo qui, ma in ogni blog che abbia mai tenuto).

Il Caro Estinto lo conobbi parecchie primavere orsono in una circostanza delle più banali al mondo: un matrimonio in cui lui era amico dello sposo e io della sposa. E già lì la vicenda cominciava sul banale andante. Peraltro io avrei nettamente preferito il suo migliore amico, ma il tizio era ultrafidanzato e, anche se non lo fosse stato, non sarebbe di certo venuto a cercare me.

Per la precisione dovrei segnalare che era estate e faceva un caldo boia, per cui il ricevimento fu un incubo infinito, verso il termine del quale, come ciliegina sulla torta nuziale, mi si avvicinò lui. Parecchio alcool in corpo gli aveva sciolto la lingua e si azzardò persino a lasciarmi il suo numero di cellulare. Aveva un bel viso e sembrava un essere “vivente” così lo richiamai e lo invitai a bere, che sembrava essere il suo forte.

In breve sviluppammo una relazione che non trova definizioni nel campionario esistente: non era amichevole o umana perché lui era pressoché muto ed inesistente, qualsiasi cosa facessimo.

Ricordo le esaltanti Domeniche pomeriggio passate alla ricerca di una ricevitoria Sisal o le meravigliose serate al pub a fare il gioco del silenzio. Ricordo che temeva che i suoi amici sapessero che usciva con me e comunque si fece beccare alla nostra seconda uscita, per il semplice fatto che il suo mondo non andava oltre il quartiere in cui viveva, per cui non riusciva a starne lontano, nemmeno in mia presenza.

Ricordo le decine di volte in cui mi piantò a casa per uscire con gli amici. Ora non che me fregasse gran che ma queste cose si fanno “con largo anticipo” e non “all’ultimo minuto”. Tuttavia devo dargli atto che questo concetto lo capì abbastanza velocemente e la crisi di “coppia” rientrò subito.

La nostra non era nemmeno una storia su basi sessuali, nel senso che a lui su quel fronte mancava tutto: sia base che altezza. Nell’intimità non reagiva nemmeno a cannonate e fu proprio lì che si guadagnò l’appellativo con cui qui viene nominato, nonché una serie di altri nomignoli della stessa categoria, solo leggermente peggiori.

Fare sesso con lui è stata in effetti una delle esperienze più paradossali della mia vita e, ripensandoci, ancora mi viene da ridere. Io sono di natura abbastanza passionale, il che significa che quando ho un coinvolgimento sessuale con qualcuno, anche qualora non vi siano sentimenti, mi dedico intensamente alla controparte.

Con lui mi venne spontaneo applicare questo mio principio classico: non mi aspettavo risultati eclatanti, non ne ho mai preventivati con nessuno, ma lui era decisamente incredibile. Poteva rimanere immobile sotto di me per dieci minuti consecutivi, se c’era abbastanza luce notavo che nemmeno l’espressione del suo viso subiva alcun cambiamento.

Una volta, fingendo follia intraorgasmica, lo morsi sul collo, beccando un nervo e lasciandogli un bellissimo livido violaceo. Il nervo non era previsto, ma mi incuriosiva capire se fosse ancora vivo o meno e, per la calma stupita con cui reagì, direi di averlo recuperato in extremis dalla definitiva transizione all’aldilà.
Dopo un certo periodo di tempo durante le nostre focose sessions sessuali, oltre a ricapitolare la lista della spesa, me lo immaginavo riportarmi a casa e correre alla prima caserma dei Carabinieri per denunciarmi di violenza carnale.

Mr. Lingua di Gatto se la cavava malissimo anche con gli esami orali, ma non entriamo in dettagli, che non gli farebbero nessun onore (oddio, pensandoci bene, nulla di quello che sto scrivendo gliene fa).

In considerazione di questo disastro su tutti i fronti, ancora oggi mi chiedo cosa mi abbia spinta a portare avanti quella “cosa” (non saprei come chiamarla).

Forse ero determinata a farmi male, forse mi faceva pena, forse volevo insegnargli qualcosa, non saprei… In ogni caso non durò moltissimo, chiusi io qualche mese dopo con un sms in cui molto tranquillamente gli comunicavo che non ci saremmo visti più e ricevetti una risposta altrettanto laconica.

Da allora non so che fine abbia fatto e nemmeno me lo sono mai chiesta, però ogni volta che lo penso mi sbuca sulla faccia un gran sorriso, mi rendo conto che sto sorridendo persino ora che ne scrivo, quindi posso presumere che qualcosa di buono me l’abbia lasciato.

Presumo si tratti della certezza che nella vita c’è di peggio.

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6 risposte a "Il Caro Estinto (Nella vita c’è di peggio)"

  1. In realtà, a volte, ci si spinge in situazioni per cui la ragione non esiste, come se così deve essere e basta, paradossale tutto ciò, forse il volersi far male è la motivazione più credibile. Forse.

    1. Credo che a volte in realtà si giochi facile sulle motivazioni delle proprie azioni, negando quelle vere e riconoscendone altre più comuni e prevedibili. Nel caso di questo post davvero non saprei, ma qualsiasi motivazione credo riguardasse me come persona individuale e non il mio rapporto con lui

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