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E’ una sera strana, atmosfera di una Domenica, in cui si brucia rapido dentro al tabacco di una sigaretta smezzata tutto l’entusiasmo di cui immagino creature diverse da me siano capaci.

Mi viene da vomitare e mi gira la testa: più scrivo, più peggiora ma non mi importa davvero nulla.

Domenica e non so se ci sia mai stato qualcosa da festeggiare, ma il cielo stasera è decisamente in festa, un trionfo di pioggia e grandine, in cui il buio fatica a farsi strada e beffarda la luce residua annega ogni cosa in un manto antico, dorato, come polvere ocra che impreziosisca l’umiltà dei dettagli, conferendo ad un banale tramonto tempestoso una dignità remota ed accattivante per i miei occhi stanchi.

Dopo tanto tempo, anni che non ho contato mentre sfuggivano alle spalle, lasciando solo il loro peso ad opprimerle, avvicinandomi alla finestra, mi sembra di poter presagire un cristallo zuccherino di stupore in fondo al gusto insipido della quotidianità.

Non si fa strada fino al punto di emergere, ma ne percepisco la timida presenza e dietro la schiena sento il respiro di quella me stessa di un tempo remoto in cui le cose più incredibili rappresentavano ancora una possibilità da realizzarsi. Se mi volto scappa.

E mi chiedo se sia una proiezione mentale a ritroso o se io sia stata davvero così, se abbia sinceramente avuto voglia di vivere il mondo, di divorarlo, di lasciare il segno. Se abbia mai ipotizzato che crescendo forse avrei potuto essere felice e realizzata.

O se invece sia nata coi piedi piantati a terra, concreta, consapevole che guardare senza toccare, sforzandosi di non volere sia spesso il miglior metodo per non soffrire. Se non si vive, mai si sarà felici né mai disperati, desistere dall’essere appagati come unico modo per non soffrire mai.

In realtà sono un ibrido tra le due opposte attitudini, lo sono sempre stata. Senza esserne del tutto consapevole ho provato a costruirmi un sistema/scudo, un ingranaggio preciso e razionale, ma comunque delicato e destinato ad incepparsi.

Sono vittima del mio mal riuscito tentativo di difendermi dal dolore e ricordo momenti di felicità, momenti in cui ho sentito di essere davvero mia ed il controllo degli eventi, senza scherzi del destino che incombessero su di me.

E ora vivo il rovescio di quella medaglia. Quello in cui la donna indipendente e forte che vorrei essere cede il passo al cane che seguirebbe per chilometri chi lo degnasse anche di una sola carezza, per fame d’affetto, per ingenuità, per bisogno d’appartenere a chi, dopo pochi passi, si è già totalmente dimenticato della sua presenza.

Questa sera guardo la pioggia e sono solo una manciata di ossa rotte da troppo tempo. E non so se ho voglia di sforzarmi ancora di tenere insieme i pezzi. Forse se lo facessi, presto o tardi qualche dio avrebbe pietà di me, della nicotina a catena, delle lacrime che non scendono più, delle lenzuola gelide, degli specchi in cui parlo a me stessa.

Sì ma quanto presto arriverebbe quel giorno? O quanto tardi?

E’ possibile che semplicemente abbia ancora toccato il fondo, ma sento che ci sto giocando come alla roulette russa, sul filo dei millimetri, in balia delle percentuali.

Immagino che quando ci arriverò sarà un grande schianto, lo sentirò distintamente o magari annullerà ogni percezione: di me, del mondo, dei termini di paragone, del voler essere migliore, essere felice.

Però non so se si possa perdere tutto e ritornare alla partenza o se sono sull’orlo del giocarmi in perdita la partita della mia vita.

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